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DiLaura Panìco

Il disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC)

Che cos’è il DOC?

Il disturbo ossessivo-compulsivo è caratterizzato da ossessioni, compulsioni o entrambe le cose (DSM V).

Le Ossessioni sono idee, immagini o impulsi di tipo ricorrente, persistente, involontario, intrusivo e ansiogeno.

Le Compulsioni (definite anche rituali) sono particolari azioni o atti mentali che i soggetti si sentono spinti a compiere ripetutamente per cercare di ridurre o prevenire l’ansia causata dalle ossessioni.

  • La maggior parte delle ossessioni e delle compulsioni sono correlate a preoccupazioni riguardo a danni o rischi, come quelli derivanti da sporcizia, malattie, incendi o furti;
  • Ogni giorno, i soggetti con DOC possono trascorrere ore pensando alle proprie ossessioni e attuando le proprie compulsioni, cosa che comporta problemi nella loro vita quotidiana;
  • Alcuni soggetti con DOC si rendono conto che le loro preoccupazioni sono immotivate, ma altri ritengono che sono fondate;
  • Spesso sono presenti altri disturbi mentali come un disturbo d’ansia, un disturbo depressivo o bipolare;
  • Il trattamento può includere, oltre al trattamento psicoterapico anche un’integrazione farmacologica.

I pensieri intrusivi sono normali. Tutti gli esseri umani sperimentano pensieri senza senso e indesiderati, quali il pensiero di saltare da un ponte sull’autostrada che corre sotto, il pensiero di correre fuori dalla macchina o di buttarsi nel traffico, l’immagine di urlare ai propri parenti, il pensiero di aver lasciato la spina attaccata e di causare un incendio, il pensiero di desiderare che una persona muoia, il pensiero di contrarre malattie in vari posti, come un bagno pubblico, il pensiero di aver lasciato la macchina aperta, ecc.

La principale differenza tra le persone con e senza DOC è il modo in cui questo tipo di pensieri è interpretato o valutato. I soggetti con DOC, infatti, considerano erroneamente questi pensieri significativi e pericolosi. Questo porta ad ansia e disagio. Fa sì, inoltre, che i pensieri sembrano prendere una “vita propria”. Nei soggetti con DOC, le ossessioni sono più angoscianti, più resistenti e più ripetitive di quelle dei soggetti senza DOC.

Età d’esordio

L’esordio del disturbo è generalmente precoce. Circa un quinto dei pazienti ne è colpito già in età infantile e nella maggioranza dei casi il disturbo ha inizio nella pubertà. Quasi tre quarti di tutti i pazienti viene colpito entro i 30 anni.

Dopo i 40 anni è molto rara la comparsa del disturbo. Sulla base di questa distribuzione, l’età media di esordio è intorno ai 22 anni. In genere l’esordio è graduale ed è quasi impossibile risalire a un evento scatenante o a un periodo in cui il disturbo è diventato significativo. Senza trattamento il DOC assume un carattere cronico e di lunga durata. Raramente guarisce spontaneamente.

Modello cognitivo-comportamentale del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

Secondo il modello cognitivo-comportamentale, le ossessioni e le compulsioni persistono a causa delle interpretazioni errate attraverso cui l’individuo valuta i propri pensieri indesiderati intrusivi e i suoi tentativi di controllarli.

Un’ossessione si sviluppa e persiste perché viene attribuito un significato errato e distorto, ad esempio danno, pericolo o minaccia per sé o per gli altri. Questo fa sì che la persona si senta responsabile. Di conseguenza, proverà ansia, disagio, colpa, rabbia o disgusto.

Pertanto, cercherà di controllare e ridurre queste emozioni negative mettendo in atto una compulsione, neutra-lizzazione, evitamento o altre strategie di controllo mentale.

Tutti questi modi usati per gestire lo stress associato alla comparsa del pensiero diventano in realtà fattori scatenanti (trigger) per il pensiero stesso, aumentandone così la frequenza.

Ecco, dunque, che si ritorna al punto iniziale, la mente diventa estremamente sensibile e recettiva a individuare tutto quello che riguarda l’ossessione principale e il circolo ricomincia.

Errata valutazione dei pensieri intrusivi

Il pensiero porta all’azione

Se penso di fare qualcosa la farò realmente. Ad esempio, Marco ha il pensiero intrusivo di spogliarsi in pubblico e interpreta il fatto di avere questo pensiero come la prova che può farlo realmente. Ma il pensiero è il pensiero, non porta all’azione.

Fusione pensiero/azione

Se penso a un evento negativo è più probabile che si verifichi. Ad esempio, se penso (o immagino) che una persona ha un incidente, è più probabile che ne abbia uno. Un’altra fusione pensiero/azione è che i pensieri “cattivi” sono moralmente equivalenti ad azioni “cattive”. Ad esempio, Giovanni aveva delle immagini intrusive di fare sesso con una donna che non era sua moglie e dalla quale non era attratto per niente. Credeva che avere questo pensiero fosse spregevole come tradire davvero sua moglie, che le era stato infedele e che era una cattiva persona e si tormentava molto per questo.

Controllo dei pensieri

È possibile e fortemente auspicabile avere il perfetto controllo sui pensieri indesiderati in modo da evitare le conseguenze negative. Ad esempio, “se non controllo questi pensieri, alla fine mi faranno impazzire”.

Eccessivo senso di responsabilità

Si riferisce all’idea errata che se possiamo avere una minima influenza sull’esito di un evento negativo ne siamo totalmente responsabili. Sentiamo dunque di dover fare di tutto per prevenire l’evento negativo, anche se la probabilità che l’evento si verifichi è molto bassa. Ad esempio, Luca stava studiando in libreria e decise di mangiare delle noccioline. Circa un’ora dopo aver lasciato la libreria, Luca cominciò a pensare “se qualche briciola delle mie noccioline è rimasta sul tavolo e si siede in quel posto una persona che è allergica alle noccioline? Se avesse uno shock anafilattico e non avesse le medicine con sé e morisse? Sarebbe tutta colpa mia!”

Il trattamento metacognitivo di Wells per il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

La MCT di Adrian Wells (2012) consente di sviluppare un nuovo modo di relazionarsi e reagire ai propri pensieri. L’assunto di base è che esiste uno stile di pensiero denominato Sindrome Cognitivo-Attentiva (Cognitive Attentional Syndrome – CAS) che porta le persone a mettere in atto pensieri ripetitivi come rimuginio, ruminazione, pensiero analitico e fissazione dell’attenzione su stimoli collegati a una minaccia e su strategie di fronteggiamento disfunzionali che alimentano la sofferenza.

La CAS viene percepita dal soggetto come incontrollabile, e quello che si fa durante il percorso di psicoterapia è interrompere la CAS riportandola a un controllo consapevole. Le credenze metacognitive nel DOC sorgono a partire dalla valutazione dei pensieri intrusivi e determinano e contribuiscono al mantenimento dei sintomi. La persona tiene sotto controllo pensieri e/o sensazioni indesiderati, e cerca di monitorare l’ambiente circostante per cogliere eventuali elementi minacciosi.

In questo trattamento viene data meno enfasi al protocollo di esposizione, foca-lizzandosi in maniera specifica sulle credenze che il paziente ha circa l’importanza e il significato dei pensieri intrusivi e delle compulsioni (ad esempio, sulla necessità di effettuare rituali e sulle conseguenze negative della loro mancata messa in atto).

Non si tratta, infatti, di modificare delle valutazioni del tipo “sono responsabile di prevenire un danno che si può verificare ai miei familiari” ma si lavora sulla percepita importanza e la potenza dei pensieri intrusivi.

Il trattamento, quindi, è orientato allo sviluppo di modalità di risposta più flessibili alle ossessioni, cosa che ne riduce l’importanza percepita e la sofferenza associata.

Vengono utilizzate diverse strategie, tra cui la Detached Mindfulness che aiuta la persona ad acquisire abilità alternative per sviluppare una relazione diversa con i propri pensieri.

BIBLIOGRAFIA

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  • Wells, A. (2012). Terapia dei disturbi d’ansia e della depressione. Firenze: Eclipsi.
DiLaura Panìco

Gioco d’azzardo patologico

Nel nostro paese il gioco d’azzardo è un fenomeno in netta espansione. Recentemente, il numero di persone che sviluppano condotte di gioco problematiche o patologiche è nettamente aumentato ed innesca gravi ripercussioni anche nel nucleo familiare del giocatore, non solo dal punto di vista economico ma anche relazionale.

Chi soffre di gioco d’azzardo patologico, è caratterizzato dall’incapacità di resistere al desiderio di scommettere e cimentarsi in giochi nei quali vi sia la possibilità teorica di guadagnare molto, affrontando un rischio relativamente modesto o comunque accettabile in relazione alla singola perdita.

Questa seppur remota probabilità di vincita più o meno consistente sollecita le aeree cerebrali coinvolte nel sistema della ricompensa in modo del tutto analogo a quanto farebbero l’abuso alcolico o di sostanze psicotrope, procurando esaltazione e piacere nell’immediato.
Il giocatore è indotto a ricercare nuovamente e sempre più spesso la medesima sensazione, con un meccanismo che ben presto determina dipendenza.

ll GIOCATORE SOCIALE, utilizza il gioco per divertirsi e spesso lo fa in compagnia. 

Pur sperando nella vincita, è motivato da un semplice desiderio di divertimento. Generalmente non spende più denaro di quanto non si possa permettere ed è in grado di smettere di giocare quando lo desidera, riconosce nel gioco una potenziale fonte di danno economico.

Il giocatore sociale intuisce e non oltrepassa il labile confine tra innocua distensione e morboso accanimento.

Il GIOCATORE PROBLEMATICO non ha il pieno controllo 
sul gioco e le conseguenze che derivano da quest’ultimo, come ad esempio i debiti, iniziano a invadere la sua vita, ripercuotendosi sul benessere personale, familiare, lavorativo e sociale.

Il gioco diventa compulsivo quando il giocatore non riesce a controllare il desiderio di giocare, a prescindere dalle conseguenze di questo comportamento.

Il GIOCATORE PATOLOGICO è colui per il quale il gioco d’azzardo rappresenta una dipendenza. Il bisogno di giocare è sempre più forte. 

Solitamente il giocatore non riesce a separarsi dal gioco se non per brevi periodi di tempo. Prova irrequietezza e irritabilità quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo (astinenza). La frequenza di gioco è elevata anche per l’illusione che il giocatore nutre di rifarsi delle precedenti perdite (rincorsa alla perdita). L’elevato livello di eccitazione raggiunto lo spinge a trascorrere sempre più tempo al gioco, trascurando ciò che lo riguarda, lo circonda. 

I soggetti con gioco d’azzardo patologico ricercano
gratificazioni immediate.

Criteri secondo il DSM V

Secondo il DSM V un comportamento di gioco problematico, ricorrente e persistente è indicato dalla presenza. Di 4 o più dei seguenti sintomi per almeno 12 mesi:

  1. Necessità di giocare quantità crescenti di denari;
  2. Irritabilità o irrequietezza quando si tenta di ridurre o interrompere il gioco;
  3. Ripetuti sforzi di controllare il gioco;
  4. Pensieri ricorrenti inerenti al gioco;
  5. Si gioca quando ci si sente a disagio;
  6. Dopo aver perso denaro, si torna a giocare;
  7. Bugie per nascondere il coinvolgimento nel gioco
  8. Si mette a rischio una relazione significativa o il lavoro;
  9. Si conta sugli altri per procurarsi il denaro necessario a giocare.

COMORBILITÀ DEL GIOCO D’AZZARDO CON I DISTURBI PSICHIATRICI

La presenza di disturbi di personalità (DP) rappresenta un aspetto di vulnerabilità per lo sviluppo del gioco patologico. I DP riflettono una modalità disfunzionale di funzionamento. Utilizzando un approccio categoriale, molti studi hanno trovato una forte associazione tra DGA e i cluster di personalità B, come evidenziato dall’alta prevalenza di DP antisociale, borderline, istrionico e narcisistico. I tratti di impulsività, di disregolazione emotiva, di sensation e novelty seekingtipici di questo cluster di personalità sono stati spesso osservati e riscontrati nei giocatori patologici e sembrano essere alla base dei comportamenti disfunzionali messi in atto da questi individui. Il disturbo antisociale di personalità, in particolare, sembra essere il disturbo maggiormente riscontrato tra i giocatori patologici e anche quello più studiato.

LA CURA FARMACOLOGICA

Antidepressivi SSRI (inibitori meccanismo di ricaptazione della serotonina)

I  farmaci  antidepressivi  sono finora  i più  studiati per  la terapia  del gioco  patologico,  in particolare i composti serotoninergici.  Il  razionale  dell’uso deriva direttamente  dall’ipotesi che  il gambling  incontrollato  sia  un disturbo  inquadrabile  nello  spettro  compulsivo-impulsivo:  diversi studi  hanno  confermato  sia  la  presenza  di  un  coinvolgimento  del sistema  della  serotonina  nei disturbi impulsivi e nell’aggressività, sia l’importanza dei farmaci serotoninergici (clomipramina e i moderni SSRI) come trattamento farmacologico di prima scelta del disturbo ossessivo-compulsivo.  Più  specificamente,  segni  di disregolazione  serotoninergica  sono  stati evidenziati anche in giocatori patologici.

L’APPROCCIO PSICOTERAPICO

La psicoterapia orientata a trattare i problemi legati al gioco d’azzardo patologico è tesa a modificare le abitudini comportamentali ed i pensieri disfunzionali ad esso collegati.
Il percorso mira a sviluppare le capacità di  gestire l’impulso al gioco, affrontare e controllare le emozioni negative anziché evitarle attraverso l’azzardo, comprendere e affrontare i problemi psico-socio-relazionali inevitabilmente causati dalla dipendenza.

• Consolidare la consapevolezza di malattia e la motivazione alla astensione totale da qualsiasi tipo di gioco;
• Comprendere quali elementi, spesso inconsapevoli, possano essere collegati, e dunque fungere da supporto, alla condotta patologica d’azzardo;
• Riconoscere e criticare le distorsioni cognitive e le false credenze che attraverso il pensiero magico spingono a confidare in una facile e prossima vittoria;
• Esplorare gli stati d’animo che il soggetto vive prima e durante l’esperienza di gioco, affinché possa riconoscerli ed evitare in questo modo eventuali future ricadute.

In accordo con il Paziente è possibile programmare sedute in cui possano essere presenti anche i familiari, essendo questa una dipendenza che coinvolge l’intero nucleo.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

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  • Blaszcynski A, Nower L. A pathways model of problem and pathological gambling. Addiction 2002:97(5):1485-9;
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  • Taylor GJ, Bagby RM, Parker JDA. Disorders of affect regulation: alexithymia in medical and psychiatric illness. Cambridge University Press; 1997;
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DiLaura Panìco

La dipendenza affettiva

Confini patologici

Quando si parla di Dipendenze Sane intendiamo una capacità di dipendere da altre persone e di permettere ad altre persone di dipendere da noi. Diversamente, per Dipendenze Patologiche si definiscono tutte quelle forme “non negoziabili” di dipendenza o le pretese, eccessive e illusorie, d’indipendenza da una ricerca disperata dell’altro, visto come unico regolatore di sé stessi e ad una fuga dell’altro, visto invece come minaccia alla propria integrità.

  • La dipendenza sana è il naturale desiderio di poter contare sull’altro, una relazione vissuta con sana autonomia da entrambe le parti e basata sulla fiducia e sul desiderio di condividere e costruire con l’altro. Il rapporto con il partner accresce le proprie potenzialità e lo sviluppo della persona. L’eventuale rottura di una relazione è tollerata e non da vita a reazioni patologiche (depressione, ansia, angoscia, altri comportamenti di dipendenza);
  • La dipendenza patologica è una dipendenza assoluta basata sulla sfiducia, sul controllo e sul costante bisogno dell’altro per “sentire di esistere”. Il rapporto con il partner non permette la crescita limitando le potenzialità. La rottura non è tollerata poiché l’assenza dell’altro riconduce al vuoto interiore, dando vita a reazioni patologiche.

 

Le origini

Le relazioni pregresse e continue con il caregiver, capaci di dare protezione e sostegno, producono un senso di sicurezza nell’attaccamento, che in vari modi conduce allo sviluppo di un sé stabile e positivo e ad una serie di strategie di regolazione affettiva riuscite ed in buona parte autonome. Questo background evolutivo e relazionale fa sì che si sviluppi una personalità adulta autonoma e capace di fidarsi dell’altro, strutturando il senso della propria sicurezza, a partire da figure di riferimento tanto interne quanto esterne.

Lo sviluppo delle competenze interpersonali è fortemente influenzato dai contesti relazionali traumatici, causando gravi difficoltà a riporre fiducia negli altri, oscillazioni fra ricerca di vicinanza protettiva e paura dell’intimità affettiva e comportamenti inappropriati di controllo della relazione. Così le relazioni affettive, a causa della drammaticità dello scambio emotivo, divengono instabili. Inoltre, sono affettivamente appiattite dal continuo sforzo di compiacere l’altro, verso il quale si sviluppa una patologica dipendenza.

L’ambiente di sviluppo, caratterizzato da conflittualità, trascuratezza, interazioni disturbate, distorsioni sistematiche della comunicazione, può essere la causa di una disorganizzazione della relazione di attaccamenti e anche, a partire dall’età scolare, dello sviluppo di una personalità volta a soluzioni difensive, associate a stati mentali disorganizzati, multipli, incoerenti e conflittuali di impotenza e ostilità.

É interessante notare come l’estrema paura dell’abbandono e il tentativo di conservare una relazione, per mezzo del continuo compiacimento dell’altro, possano essere letti come tentativi di difendersi da originari sentimenti d’impotenza, legati alla precoce relazione traumatica con il genitore.

Dipendenza

 

Dalla dipendenza alla co-dipendenza: il legame relazionale

 La co-dipendenza è una condizione che si esplica in una relazione in cui una persona è controllata da un’altra e attribuisce minore importanza ai propri bisogni, poiché proiettato unicamente sui bisogni dell’altro. Il meccanismo si crea nei rapporti interpersonali di coppia o di stretta vicinanza, quando i partner si attraggono e si uniscono per riempire un vuoto o per rimediare a situazioni disfunzionali.

La co-dipendenza si può presentare in ogni relazione: famiglia, lavoro, amicizia, nella coppia, tra colleghi e comunità, con caratteristiche di eccessiva sottomissione e meccanismi di controllo.

La co-dipendenza non è stata condivisa nella letteratura scientifica, e Cermak (1986) ha proposto alcuni punti per individuare un profilo diagnostico compatibile alla predisposizione del legame di  co-dipendenza:

  • eccessivo controllo di sé e degli altri;
  • sensazione di gratificazione derivante dal controllare;
  • si assume le responsabilità anche quando non sono richieste;
  • si dedica unicamente ai bisogni dell’altro senza pensare ai propri;
  • distorsione dei confini prossimali d’intimità e separazione;
  • basso livello di autostima e difficoltà ad individuare i confini tra sé e l’altro;
  • tendenza ad invadere o farsi invadere dall’altro;
  • difficoltà a riconoscere i propri bisogni;
  • persiste a prendersi cura dell’altro e trascura sé stesso;
  • difficoltà ad esprimere e sperimentare la realtà.

 

La co-dipendenza nasce un poco per volta, con semplici comportamenti quotidiani, per poi trasformarsi in un comportamento che si allarga in tutte le aree della relazione.

L’individuo tende a controllare l’altro o comunque ad avere costantemente la situazione sotto osservazione, perché solo in questo modo sente di vincere le sue paure.

Questo processo innesca uno stato di ansia per timore di non essere in grado di mantenere il controllo. Si mettono in atto strategie attentive sempre più intense, non ci si rende conto, invece, che si innesca un circolo ridondante dove si auto amplificano situazioni che scatenano ansia e timore di perdita, favorendo lo stabilirsi di una relazione di co-dipendenza.

Quando questa dinamica si esaspera sino alla sua massima espressione, la relazione si chiude in modo doloroso, soprattutto per la vittima che si sente abbandonata e tradita.

Robin Norwood, psicoterapeuta americana che tratta il tema della dipendenza nei suoi testi fa riferimento al fatto che “molte persone cercano e si uniscono con un altro/a con cui sviluppare una relazione senza aver sviluppato quella con se stessi, corrono da una relazione all’altra, alla ricerca di ciò che manca, ma la ricerca deve cominciare dentro di sé, perché nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo noi stessi, perché quando nel nostro vuoto cerchiamo l’amore, possiamo trovare solo un altro vuoto

 

Guarigione dipendenzaIl processo di guarigione

 Nel momento in cui si decide consapevolmente di voler guarire e si affronta la guarigione dalla dipendenza, occorre SMETTERE DI VOLER AGGIUSTARE LA RELAZIONE E FOCALIZZARSI SUL PARTNER e riportare l’attenzione su di sé e sui propri processi interni.

Di seguito gli aspetti del percorso di distacco da seguire all’interno della relazione durante la fase di cura delle dipendenze:

  • Smettere di focalizzarsi sul partner per controllare/giudicare cosa fa, cosa non fa o dovrebbe fare.
  • Semplicemente OSSERVARE il partner senza intervenire con suggerimenti, commenti, critiche, giudizi o tentativi di cambiarlo.
  • Imparare a prendersi cura di sé e della propria vita, portare avanti il proprio percorso di guarigione e imparare ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di sé stessi e degli altri, senza aspettare che sia qualcun altro a prendersi cura dei propri bisogni.
  •  Non stuzzicare il partner con atteggiamenti litigiosi o seduttivi al fine di riottenere attenzione e intensità emotiva nella relazione. Infatti, l’alternanza emotiva tipica delle relazioni disfunzionali potrebbe venire a mancare nella fase di distacco, in seguito al disimpegno nei confronti del continuo criticare/giudicare e voler cambiare l’altro, e venire attivamente ricercata attraverso atteggiamenti critici, arrabbiati o seduttivi verso il partner.
  • Osservare il partner per vederlo come realmente è.
  • Notare ed osservare ciò che accade nella fase del distacco per conoscersi meglio, e lasciar emergere nuove risposte e nuova consapevolezza invece di agire i vecchi schemi automatici.
  • Non raccogliere alcuna provocazione rabbiosa o seduttiva da parte del partner. Ciò non vuol dire di non avere rapporti sessuali, ma di non averne a fini manipolativi, controllanti o di vendetta/dispetto.
  • Evitare liti, discussioni, manifestazione di rabbia, critiche e giudizi e qualsiasi atteggiamento/manifestazione verbale ad alta intensità emotiva, che potrebbe re innescare la spirale di dipendenza relazionale.

La psicoterapia può aiutare il paziente dipendente affettivo a riconoscere le complesse trappole cognitive ed emotive che lo conducono a sofferenza e infelicità, attraverso la costruzione di una sana relazione terapeutica, primo passo per acquisire consapevolezza circa il proprio funzionamento e i propri schemi, aprendosi successivamente alla possibilità di  intervenire nella relazione con l’altro.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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  • Norwood, R. (1995). Donne che amano troppo. Roma: Feltrinelli Editore.
DiLaura Panìco

Uomini maltrattanti e terapia EMDR

 

POTER SCEGLIERE DI..

Il maltrattamento non è un raptus, ma una scelta.

Per quanto condizionato da mille fattori di rischio, ambientali, relazionali, psicologici, il maltrattamento si sceglie e, per questo, si può anche SCEGLIERE DI FERMARE LA VIOLENZA.

Esistono degli elementi anamnestici e rilevabili in termini di attaccamento disfunzionale alle figure primarie di riferimento, che molti degli uomini che diventano violenti hanno in comune. Ad esempio, molti di loro vivevano in famiglie in cui non si capiva quello che accadeva. I genitori avevano comportamenti imprevedibili, non razionali. Oppure uno dei genitori era violento nei confronti del bambino o del/lla partner.

E alla fine, essere un uomo violento è una scelta.

Quando noi, in terapia, ascoltiamo gli uomini che parlano, cerchiamo di farli concentrare proprio su questo: la violenza è una scelta.

Loro cercano di portare in terapia tutta una serie di episodi che potrebbero portare a giustificare il loro comportamento, come appunto, le violenze subite dai familiari o le ingiustizie subite sul luogo di lavoro o nelle relazioni sentimentali. Noi cerchiamo, invece, di farli concentrare proprio sui loro comportamenti, riconsegnando a loro il focus del potere decisionale. A volte passiamo l’intera ora della terapia a ricostruire pochi minuti di un episodio che ha fatto scatenare la violenza, ricostruiamo con loro come era la stanza in cui è scoppiata la violenza, come era messo il piatto in tavola e così via, per farli concentrare sulle loro azioni e conseguentemente sui meccanismi di pensiero-emozione-comportamento che li hanno innescati, sui meccanismi che hanno fatto scattare la violenza.

 

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MENTALIZZAZIONE E CONSAPEVOLEZZA

Andiamo a nominare la violenza.

Gli uomini all’inizio la minimizzano, la negano, poi, pian piano, ne diventano consapevoli. Uno dei motivi più frequenti per cui un uomo decide di seguire un percorso di terapia per smettere di essere violento, è quando ci sono dei figli. Più che chiedersi “Che marito voglio essere?”, la molla che fa scattare la consapevolezza di avere bisogno d’aiuto, è “Che padre voglio essere?”. Da questa domanda può partire un percorso che porta ad acquisire nuove consapevolezze all’uomo maltrattante.

L’obiettivo principale per noi operatori sanitari è quello di mettere in sicurezza la vittima dei maltrattamenti ed eventuali minori coinvolti attraverso la riduzione dei comportamenti aggressivi. Intervenire direttamente sul soggetto maltrattante può contribuire all’interruzione del circolo della violenza.

Per lavorare efficacemente con gli uomini violenti è necessario sapere che dietro questa rappresentazione si nasconde l’immagine di un bambino traumatizzato che ha subito prima ed ha imparato poi ad essere violento come risposta elettiva, per quanto disfunzionale, ad una situazione vissuta di costante pericolo. Dietro un uomo violento è necessario quindi scorgere un’altra immagine: quella di un bambino traumatizzato che ha subito, a sua volta, una serie di esperienze negative avverse, uno di quei bambini che a volte vediamo nei nostri servizi sociali, nei servizi di tutela per minori e che molto probabilmente non ha avuto la fortuna o la possibilità di incontrare una figura terapeutica riparativa che potesse aiutarlo nella rielaborazione di tali esperienze.

La violenza viene percepita da questi uomini come l’unica opzione disponibile e possibile (per quanto disfunzionale) atta a gestire un conflitto relazionale. Le teorie riconoscono un ruolo centrale dell’attivazione del sistema limbico e dell’amigdala nei comportamenti aggressivi e un importante deficit di inibizione da parte della corteccia prefrontale (che svolge un ruolo fondamentale nei processi cognitivi e nella regolazione del comportamento).

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EMDR E RIELABORAZIONE

Le ricerche scientifiche affermano il ruolo centrale di iperattivazione dell’amigdala in connessione con i comportamenti violenti e sul quale invece la terapia EMDR possiede prove di efficacia incontestabili.

Dato l’assunto fondamentale della terapia EMDR secondo cui sintomo e malattia sono l’espressione di traumi registrati nella memoria in modo disfunzionale, allo stesso modo i comportamenti aggressivi e violenti possono essere considerati come la manifestazione sintomatica di traumi irrisolti, innestati su soggetti che nella vita hanno sviluppato modelli operativi interni disfunzionali e stili di attaccamento insicuri o disorganizzati con le loro figure di riferimento, vissuti in contesti familiari scarsamente protettivi, potenzialmente minaccianti o esplicitamente maltrattanti.

Nessuno nasce violento, nessuno ha il “gene cattivo” della violenza dentro di sé.

E i comportamenti violenti possono essere disattivati.

Il protocollo di trattamento EMDR è incentrato su trattamento di traumi con la t minuscola (ripetuti nel tempo e di natura prettamente relazionale) e con T maiuscola (eventi catastrofici, incidenti..), con particolare riferimento alla violenza subita (fisica e psicologica), alla violenza assistita, agli abusi sessuali, ai traumi transgenerazionali e ai traumi dell’attaccamento.

Attraverso la tecnica del Floatback (“tornare indietro”) vengono contattate dal paziente antiche emozioni di rabbia e umiliazione in relazione a questi eventi traumatici, emozioni e sensazioni corporee che coincidono perfettamente con quelle che si attivano quando, in situazioni di conflitto coniugale e a seguito di stimoli legati a sentimenti di umiliazione sono strettamente connesse al mancato contenimento della rabbia, che poi sfocia in maltrattamento.

Studi clinici dimostrano che il lavoro terapeutico con l’EMDR favorisce l’aumento della capacità di mentalizzazione (comprendo il mio stato mentale, comprendo il tuo stato mentale), una presa di consapevolezza autentica di quello che è stato e delle conseguenze dei propri agiti, vengono modificati i pattern di attaccamento disfunzionale.

Inoltre i traumi elaborati in maniera adattiva non innescano meccanismi automatici ed incontrollabili di aggressività, bensì strategie adattive di gestione dei conflitti e della rabbia.

Si osserva, quindi, in questi pazienti una maggior capacità di regolare le emozioni, un maggior controllo degli impulsi, una diminuzione dei livelli di dissociazione e un aumento generale del benessere e del funzionamento psichico globale.

Il valore aggiunto dell’EMDR offre quindi un reale potenziale per il trattamento degli autori di violenze, focalizzando l’attenzione sull’individuazione ed elaborazione dei ricordi traumatici alle radici della violenza stessa: i traumi elaborati in maniera adattiva non innescano più meccanismi automatici ed incontrollabili di aggressività bensì strategie adattive di gestione dei conflitti e della rabbia.

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

  • Bagattini D., Pedani V., Primo rapporto sulla violenza di genere in Toscana. Un’analisi dei dati dei Centri Antiviolenza, pubblicato dalla Regione Toscana, 2009.
  • Bourdieu Pierre, Il dominio maschile, Feltrinelli, 1998;
  • Cortinovis M., Trattare uomini violenti con EMDR, atti del congresso “20 anni di terapia EMDR in Italia”, Milano, 2019.
  • Johnson M., Patriarchal terrorism and Common Couple Violence: two forms of violence against women, Jouranla of Marriage and the Family, Vol. 57 N.2, 1995, p.283-294.
  • Ponzio G., Crimini segreti. Maltrattamento e violenza alle donne nella relazione di coppia, Baldini Castoldi Dalai editore, 2004
  • Romito P., Un silenzio assordante: la violenza occulta su donne e minori, Franco Angeli, Milano, 2005.

 

 

DiLaura Panìco

L’ascolto attivo in psicoterapia

“E’ sbalorditivo come certe cose che sembrano insolubili diventano solubili se qualcuno ci ascolta, come una confusione che sembra irrimediabile si trasforma in un flusso che scorre con relativa limpidezza. Ho apprezzato profondamente le volte in cui ho sperimentato questo ascolto sensibile, empatico, concentrato.” (Carl Rogers)

 

“Un buon ascoltatore aiuta ad ascoltare noi stessi.” (Yahia Lababidi)

 

Il dialogo presuppone l’ascolto.
Non c’è dialogo senza ascolto partecipe dell’altro, senza il nostro impegno a comprendere quanto l’altro ci vuole comunicare.

L’ascolto è in primis uno strumento di conoscenza, comunicazione, apprendimento.

L’ascolto attivo è una tecnica di comunicazione di tipo assertivo, basato sull’accettazione e l’empatia, atto a promuovere la capacità di esprimere in modo corretto ed efficace le proprie emozioni e i contenuti del pensiero, a saper ascoltare e percepire le ragioni e i sentimenti degli altri, stabilendo quel contatto autentico che può diventare base per relazioni arricchenti ed efficaci. Ascoltare in modo attivo vuol dire collegarsi all’altro attraverso la meta-comunicazione, cogliendo ogni aspetto del messaggio, la postura, il tono di voce, le esitazioni e le emozioni che trapelano da quanto viene detto, focalizzandosi quindi sugli aspetti verbali e non verbali.

 

  • Il silenzio attivo

Attuando questa tecnica, una volta che il paziente termina di parlare, il terapeuta sceglie volontariamente di non intervenire. In questo modo consente all’altro un’opportunità di elaborazione circa quanto ha appena esposto. Il paziente percepisce il silenzio del terapeuta sentendosi accolto e tenderà a riflettere e a fornire maggiori informazioni per chiarire il suo pensiero o il suo sentire. Inoltre, in questo spazio sospeso il paziente sta sperimentando una frustrazione che forse non è così terribile, sta sperimentando che forse non è sempre necessario sapere come andrà a finire e trovare una risposta.

 

  • Il rispecchiamento empatico

Durante la messa in atto del rispecchiamento, le parole del paziente non vengono mai interpretate. Questa tecnica è utile specialmente nelle fasi iniziali della psicoterapia, concretamente il terapeuta rimanda al paziente dei segnali che, come veri e propri specchi, riflettono ciò che egli ha appena detto, senza alterare la costruzione del discorso o la situazione psicologica in cui esso avviene. Vengono Ri-proposte, in particolar modo, emozioni e sentimenti che sono sembrati sottesi alle parole. Le tecniche di rispecchiamento sono strumenti di rinforzo del sé dell’altro.

Hanno infatti il potere di creare un clima empatico-affettivo caloroso e rassicurante, ponendo le basi per la costruzione di una buona alleanza terapeutica. Tale clima consente alla persona che sta parlando di ricevere continui feedback che lo inducono a riflettere su di sé, sulle affermazioni ed i pensieri espressi. Il paziente si sente realmente ascoltato ed accettato.

 

  • Il riepilogo

Tra le tecniche di ascolto attivo, troviamo la tecnica del riepilogo.

Si tratta di una tecnica utile se il paziente si dilunga nei dettagli perdendo il focus della risposta o evadendo quelli che potrebbero essere contenuti significativi. In questo modo, senza esprimere giudizi o intolleranza, il terapeuta attivo ed attento, fa un riepilogo del discorso, evidenziando gli elementi salienti. Riassume le parole del paziente, riproponendo, riorganizzando gli elementi del discorso sotto forma di ipotesi, rimandando a specchio la sua disponibilità ad accogliere, ma anche ad agevolare la persona che parla nel dare priorità agli elementi focali del discorso.

 

  • La parafrasi

In questa tecnica il clinico riprende ciò che considera essere saliente, senza interpretare o aggiungere contenuti propri. Il terapeuta ripete, con altri termini, quanto ha raccontato l’interlocutore, collegandosi a qualcosa di effettivamente detto.

Solitamente la riformulazione avviene con frasi tipo:

Dunque, lei vuole dire che…

Se ho capito bene, lei sta affermando che…

Lo scopo è portare l’altro a fare una riflessione sul proprio pensiero in modo da verificarne la concretezza e collegarne il contenuto ai dati di realtà.

 

  • La riformulazione

Una tecnica molto semplice, ma interessante per entrambe le parti.

Utilizzando sempre la formula del tipo “mi stai dicendo che…”, il terapeuta utilizza le stesse parole del paziente che si sente come messo di fronte ad uno specchio e può riflettere sull’immagine che sta offrendo di sé all’altro, sul piano anche della sincerità e della chiarezza.

Ciò facilita il riconoscimento di nessi di significato e con-causalità fra pensiero, emozione e comportamento, gettando le basi per lo sviluppo di un Io Osservante nella mente del paziente.

Ascolto attivo

L’ascolto attivo è una forma di comunicazione completa e profonda, che ci rende disponibili nei confronti dell’altro e che coinvolge aspetti comunicativi verbali e non verbali associati all’attenzione e alla comprensione, quasi ad avvolgere in modo accogliente l’altro, senza invadere, per facilitare la costruzione di una buona relazione.

 

“Nessun giudizio, nessun commento, nessun atteggiamento: semplicemente si osserva, si studia, si guarda, senza il desiderio di cambiare ciò che è. Perché se si desidera cambiare ciò che è in ciò che dovrebbe essere, si cessa di comprendere.”

A. De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo.

 

 

 

Bibliografia di riferimento

  • Cheli, Relazioni in armonia, Milano, Franco Angeli, 2004.
  • Liss, L’ascolto profondo La Meridiana ed., 2004.
  • Nanetti, Counseling L’arte di comunicare, Ed. Pendragon.
  • Carl R. Rogers, La terapia centrata sul cliente, La Meridiana ed., 2007.
  • Watzlawick et al., La Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971.

 

 

 

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