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DiLaura Panìco

Omofobia e discriminazione: opinione o pregiudizio?

Culturalmente siamo tesi a polarizzare la differenza sessuale, femminilizzando o mascolinizzando modi di essere e modi di fare. Queste dinamiche socio-culturali si sono nel tempo naturalizzate, sono profondamente radicate nell’immaginario collettivo e si trasmettono da una generazione all’altra ma non per questo sono “naturali” o alla natura conformi. Si traducono in un complesso ben strutturato di norme che, in quanto tali, provengono dallo stato dell’io del Genitore dei genitori ed entrano gradualmente e inevitabilmente nello stato dell’Io Genitore del bambino (attraverso il processo della contro-ingiunzione).

Pertanto si ha motivo di ritenere che i genitori e il contesto socio-educativo influenzino le decisioni dei bambini, trasmettendovi aspettative e messaggi su come può essere e cosa deve e non deve fare per sopravvivere ed essere amato e quindi soddisfare le aspettative.

Nel corso della mia attività clinica accade sovente che si parli di sessualità, eterosessualità, omosessualità. Ho potuto constatare che tra gli adolescenti, e non solo, c’è molta confusione circa il significato di identità di genere e di orientamento sessuale.

Lessico Familiare

Il primo passo che si deve fare per mettere un po’ di ordine nel mondo è imparare a “dare un nome” alle cose.

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.

 

Sesso biologico –  Consiste nell’appartenenza biologica al sesso maschile o femminile determinata dai cromosomi sessuali.

Identità di genere – E’ un concetto direttamente collegato alla percezione precoce, profonda e permanente di sé come uomo o come donna”.

Ruolo di genere – L’insieme di aspettative e ruoli su come gli uomini e le donne si debbano comportare in una data cultura e in un dato periodo storico.

Orientamento sessuale – Indica l’oggetto del proprio desiderio e quindi l’attrazione erotica ed affettiva che può portarci verso persone del sesso opposto (eterosessualità), dello stesso sesso (omosessualità) o di entrambi (bisessualità).

Osservando più da vicino..

L’identità di genere si definisce in un periodo che va dalla nascita fino ai tre anni di età, ed è già presente quando il bambino inizia a parlare. Il processo in base al quale un ragazzo si percepisce come maschio e una ragazza come femmina è influenzato sia dalle predisposizioni biologiche che dall’apprendimento sociale.

L’identità di genere è pertanto una delle componenti fondamentali del processo di costruzione dell’identità.

Il termine è riferito al vissuto di appartenenza ad un genere o all’altro o in modo ambivalente ad entrambi, tale appartenenza si esprime con vissuti e comportamenti corrispondenti o non al sesso biologico. Consiste nell’opinione che ognuno ha di sé stesso in quanto appartenente ad un sesso o all’altro, a prescindere dal ruolo sessuale che presenta agli altri.

L’identità di genere è cruciale per ciascun individuo perché è il risultato dell’interrogarsi su quale sia la figura di genere in cui ci si identifica: in gioco c’è il riconoscimento integrale di sé stessi, quella forma dell’essere in cui il soggetto è felice di identificarsi. Pertanto non ha alcun senso parlare di naturale e innaturale (e assolutamente scorretto sarebbe riferirsi ad una percezione personale e intima in termini moralistici di giusto e sbagliato), perché naturale è la variabilità stessa dell’essere umano.

 

Il ruolo di genere è un costrutto socio-culturale che consiste in un insieme di caratteristiche culturalmente associate agli uomini e alle donne. Sulla base di norme culturali è atteso che gli individui si comportino in modo conforme al loro sesso biologico; in altri termini, ci si attende che i maschi agiscano in modi percepiti come mascolini e le femmine in quelli percepiti come femminili. I comportamenti sono “tipicizzati” per genere e le culture definiscono e mutano i criteri di appropriatezza. La formazione del ruolo di genere avviene solitamente in un periodo che va dai tre ai sette anni, tutti gli atteggiamenti e i comportamenti che non rientrano negli stereotipi di maschio o femmina sono pertanto percepiti e considerati dalla società come “inappropriati”.

In sintesi il ruolo di genere è la percezione che il proprio comportamento e la propria personalità siano conformi alle definizioni sociali di mascolinità e femminilità.

La definizione di orientamento sessuale comprende due aspetti, quello affettivo e quello erotico. Può essere paragonato allo spettro di un arcobaleno i cui colori variano in gradi e in intensità. Si tratta di una prospettiva multidimensionale che accoglie numerosi elementi: l’identificazione di sé, il comportamento, le fantasie, il coinvolgimento affettivo, lo stato relazionale.

L’identità sessuale è quel processo nel quale il sesso biologico, i valori culturali e quelli personali annessi alla sessualità influenzano le percezioni di sé e il comportamento del bambino e poi dell’adulto.

 

Discriminazione nella società

Prendendo pertanto in considerazione i vari filoni teorici che evidenziano quali sono i processi che determinano i fenomeni discriminatori (giudizio sociale, atteggiamento sociale, stereotipi, pregiudizi, relazioni tra gruppi e dinamiche legate all’identità sociale) è possibile vedere che la discriminazione:

  1. è un fenomeno complesso, determinato da più fattori;
  2. può essere considerata come il risultato di un atteggiamento sociale negativo di esclusione, allontanamento, “sfavoritismo” nei confronti di individui o gruppi che sono bersaglio di discriminazione;
  3. è determinata sia da sistemi di credenza e concezioni generali e stereotipiche, sia da rappresentazioni sociali caratterizzate da aspetti di pregiudizio;
  4. è il prodotto di modelli di organizzazione delle relazioni tra gruppi (maggioranza-minoranza; gruppi dominanti-gruppi dominanti…), che si traducono di fatto nella messa in atto di comportamenti e scelte (a livello soggettivo, sociale, culturale, legislativo, ecc.) che producono un’ingiustificata riduzione di opportunità culturali, sociali, economiche, giuridiche e politiche a danno di quegli individui o di quei gruppi che appartengono alla categoria socialmente definita come “minoranza”;
  5. crea uno scarto tra il principio di uguaglianza formale di tutti gli individui, e quello di uguaglianza sostanziale nel reale accesso degli individui alle risorse ed alle opportunità.

I soggetti coinvolti

Sulla base di quanto detto, è possibile rilevare che con l’etichetta “discriminazione per orientamento sessuale e per identità di gene- re” si intende quell’insieme di stereotipi, rappresentazioni, pregiudizi emotivi e comportamenti orientati a determinare processi di esclusio- ne, condanna, stigmatizzazione, allontanamento, negazione, violen- za, nei confronti di ciò che non è inquadrabile nei modelli dominanti di orientamento sessuale e di identità di genere .

Più nello specifico, dal punto di vista dell’orientamento sessuale è oggetto di discriminazione:

  • l’omosessualità, che si configura come una “condizione” che è opposta e contrapposta all’unico modello di orientamento sessuale socialmente riconosciuto ed accettato come possibile, l’eterosessualità;
  • la bisessualità, che, prevedendo la possibilità dell’attrazione erotico-affettiva nel medesimo soggetto verso persone sia del proprio sesso sia del sesso opposto, viene non solo condannata in quanto tradisce il presupposto della “eterosessualità obbligatoria”, ma in più è considerata come una tendenza ad utilizzare la “componente eterosessuale” come dimensione compensatoria di un’omosessualità non accettata a livello soggettivo.

Sul versante dell’identità di genere invece, la discriminazione riguarda:

  • il transessualismo, dal momento che l’identità transessuale nega un postulato fondamentale della concezione socialmente accettata di “sesso” e di differenza sessuale, ossia il fatto che il sesso è biologicamente determinato (sesso di nascita) e che è pertanto inammissibile il cambiamento del sesso stesso mediante un intervento di ricostruzione-riattribuzione chirurgica;
  • il transgenderismo, dal momento che una concezione tradizionale del maschile e del femminile vede una stretta dipendenza tra avere un pene o una vagina, essere conseguentemente maschio o femmina, e comportarsi da maschio o da femmina in stretta congruenza con il sesso biologico. Risulta pertanto inaccettabile la condizione di un uomo che si senta donna e che si comporti come tale, o di una donna che si senta uomo e che si comporti come tale, senza, peraltro, una continuità nel tempo di tale vissuto. Il transgenderismo, inoltre, è ancora più provocatorio e destabilizzante in quanto nella dimensione transgender vi è il rifiuto di ogni binarismo (intendendo con tale termine la presenza di due dimensioni differenti e contrapposte): il transgender supera ogni tipo di dualità (maschio-femmina, uomo-donna), includendo in tale superamento anche la logica binaria applicata all’orientamento sessuale (omosessualità- eterosessualità).

Omofobia e Transfobia

Focalizzando per ragioni di sintesi l’attenzione su omosessualità e transessualismo, ed utilizzando termini più tecnici, è possibile affermare che la discriminazione nei confronti delle persone omosessuali è definibile come “omofobia”, mentre quella nei confronti delle persone trans è definibile come “transfobia”.

Con il termine omofobia si indica la paura degli eterosessuali di trovarsi a stretto contatto con persone omosessuali e/o il disgusto per sé stessi da parte delle persone omosessuali.

L’omofobia si distingue dalle fobie comunemente intese, mettendone in luce la dimensione di pregiudizio in quanto:

  1. le emozioni accompagnate alla fobia sono la paura e l’ansia, mentre quelle iscritte al pregiudizio sono l’odio e la rabbia;
  2. le persone fobiche vivono la loro paura come irragionevole, mentre le persone con pregiudizi credono che la loro ostilità nei confronti di una certa categoria di persone sia giustificata e condivisibile.

L’omofobia non deve essere considerata come una fobia clinicamente intesa, ma come un atteggiamento pregiudizievole, una concezione negativa dell’omosessualità.

Tale atteggiamento si esprime attraverso l’uso di un linguaggio offensivo nei confronti delle persone omosessuali, attraverso la svalutazione implicita dell’esperienza omosessuale, o anche attraverso la messa in atto di comportamenti discriminatori e violenti nei confronti di gay e lesbiche. Seguendo questa linea di pensiero, sarebbe pertanto più utile utilizzare altre etichette, come “omonegativismo”, da intendersi come l’insieme delle credenze e concezioni negative dell’omosessualità che comprendono atteggiamenti di disgusto, ostilità o condanna sia dell’omosessualità sia, più nello specifico, delle lesbiche e dei gay, ossia l’insieme di quegli atteggiamenti ideologici che rifiutano, escludono e stigmatizzano ogni forma di comportamento, identità, relazione o comunità di tipo non eterosessuale, sulla base dell’idea che l’eterosessualità sia l’unico modo legittimo e socialmente accettato di espressione dell’orientamento sessuale.

Va infine specificato che quando parliamo di omofobia è necessario distinguere l’omofobia a livello sociale (omofobia istituzionalizzata) dall’omofobia interiorizzata.

La prima si esprime sui piani appena richiamati, mentre per omofobia interiorizzata si intende la presenza negli stessi gay e lesbiche di atteggiamenti negativi nei confronti dell’omosessualità, l’interiorizzazione/introiezione conscia o inconscia, da parte della persona gay o lesbica, di pregiudizi, etichette negative e atteggiamenti discriminatori di cui essa è vittima. L’omofobia interiorizzata è una delle principali variabili patologiche nello sviluppo di alcune condizioni sintomatologiche nei gay e nelle lesbiche.

Alti livelli di omofobia interiorizzata sono infatti significativamente associati a condizioni generali di disagio psicologico, depressione, sfiducia e isolamento, bassi livelli di accettazione di sé, bassa autostima, scarsa soddisfazione per le relazioni, evitamento e difficoltà nelle relazioni intime e affettive, alti livelli di senso di colpa, disfunzioni sessuali, alcolismo e abuso di sostanze alteranti, disturbi del comportamento alimentare e suicidio.

Con il termine transfobia si intende l’avversione, prodotta da pregiudizi, nei confronti di persone trans. La transfobia può portare a comportamenti discriminanti nella società o nel lavoro, fino a manifestazioni di aggressività violenta. Hill e Willooghby definiscono la transfobia in termini di “disgusto emotivo nei confronti di individui che non si conformano alle aspettative di genere della società”, una definizione che riprende i temi centrali del costrutto di omofobia.

Spesso comportamenti pregiudizievoli e discriminatori nei confronti delle persone transessuali e transgender possono essere il diretto risultato del genderismo. Con questo termine si indica la credenza che ci sono e ci devono essere solo due generi sessuali, e che il genere di ognuno, o la maggior parte dei suoi aspetti, sia inevitabilmente legato al sesso biologico.

Il genderismo non riconosce che l’identità di genere può essere diversa dal sesso biologico, ma afferma in modo pregiudizievole che ogni individuo deve conformarsi alle aspettative sociali legate all’essere maschio o femmina in modo congruente al sesso biologico. Proprio come l’eterosessismo è una visione del mondo che considera come naturale solo ed esclusivamente l’eterosessualità, il genderismo è una visione del mondo che riconosce come naturali solo due generi assolutamente distinti.

La transfobia, può essere intesa come una forma di discriminazione, di stigma sociale, nei confronti di quegli individui che non si conformano alle tradizionali norme del sesso e del genere.

 

La centralità dei fattori socio-culturali

La discriminazione è un fenomeno costituito da fattori sociali e ha come suo oggetto o bersaglio tutto ciò che è fuori dai modelli culturali, dai costrutti impliciti ed espliciti, dalle rappresentazioni socialmente condivise sia di identità di genere, sia di orientamento sessuale. Le rappresentazioni e i sistemi di credenza relativi all’identità di genere e all’orientamento sessuale sono l’esito di processi di costruzione sociale e culturale, dal momento che la sessualità stessa, insieme a tutte le dimensioni ad essa collegate, è un prodotto della cultura.

Il sistema socio-culturale determina processi di discriminazione, negazione, controllo, censura, normalizzazione, regolazione, condanna di ciò che non risponde ai canoni sociali dominanti. La discrimina- zione per orientamento sessuale e per identità di genere è determinata pertanto da una logica sociale di rigetto, esclusione, stigmatizzazione di ciò che devia dalla sessualità accettata a livello sociale.

Basti pensare al fatto che l’omosessualità è stata presente come forma di disturbo mentale nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) fino al 1980, anno che ha visto la sua derubricazione da tale manuale in seguito alla pubblicazione del DSM-III, terza edizione del DSM. Purtroppo ancora oggi alcune aree medico-psichiatriche continuano ad affermare che la derubricazione dell’omosessualità dal DSM sia stata un atto improprio, e vi sono psichiatri e psicologici che propongono terapie correttive e riparativo-riabilitative dell’omosessualità, fondate su un’idea di omosessualità come patologia, in barba ad ogni etica deontologica e professionale. Si tratta di interpretazioni e teorie cariche di pregiudizio che fondano in modo ingiustificato sul principio di naturalità tutta una serie di concezioni riguardanti il benessere dell’individuo, centrate sull’imprescindibilità dell’eterosessualità come unica dimensione funzionale e sana.

Il che equivale a dire che l’omosessualità, in quanto dimensione non autonoma ma vista solo ed esclusivamente come opposta all’eterosessualità, è disfunzionale, deviata e deviante.

Fortunatamente esistono ad oggi diverse iniziative tese ad informare e sensibilizzare la cittadinanza rispetto ai temi delle pari opportunità, aprendo un tavolo di confronto per la promozione di azioni di contrasto all’omofobia attraverso la raccolta di idee, suggerimenti, contributi e proposte e sono rivolti agli operatori delle istituzioni pubbliche e private affrontando i temi delle differenze di genere, orientamento sessuale, sessualità, diritti della popolazione LGBT nel mondo ed in Italia.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

  • BARBAGLI M., DALLA ZUANNA G., GARELLI F. (2010), La sessualità degli italiani, il Mulino, Bologna.
  • BARBAGLI M., COLOMBO A. (2001), Omosessuali moderni, Il Mulino. D’IPPOLITI C., SCHUSTER A. (a cura di) (2011), DisOrientamenti. Discriminazione ed esclusione sociale delle persone LGBT in Italia, UNAR, Armando, Roma.
  • GRAGLIA M. (2012), Omofobia. Strumenti di analisi e di intervento, Carocci, Roma.
  • GRAGLIA M. (2009), Psicoterapia e omosessualità, Carocci, Roma.
  • Hill D.B., Willoughby B.L.B. (2005), The development and validation of the genderism and transphobia scale, «Sex Roles», vol. 53, pp. 531-544.
  • Hill D.B. (2002), “Genderism, transphobia and gender bashing: a framework for interpreting anti-transgender violence”, in Wallace B., Carter R. (eds.), Understanding and dealing with violence: a multicultural approach, Sage, Thousand Oaks, London, pp. 113-136.
  • LELLERI R. (a cura di) (2011), Io Sono Io Lavoro – Report finale della prima indagine italiana sul lavoro e le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender/transessuali, Arcigay, Bologna.
  • LINGIARDI V., Citizen Gay. Affetti e diritti, Milano, Il Saggiatore, 2012, p.80.
  • SARACENO C. (a cura) (2003), Diversi da chi? Gay, lesbiche e transessuali in un’area metropolitana, Guerini.

 

DiLaura Panìco

Gestire le emozioni ai tempi del Coronavirus

L’emergenza coronavirus in Italia è, purtroppo, nell’arco di un mese, evoluta rapidamente fino a diventare problema di tutti. E’ evidente che ci troviamo di fronte ad un trauma collettivo che non può essere negato. Emozioni come paura, rabbia, agitazione e panico permeano le nostre giornate. Quando una situazione non è più un problema individuale ma diventa un fenomeno collettivo prende una forma nuova, diversa.

Risorse e informazioni

Lo stress individuale e collettivo in situazioni di emergenza può avere l’effetto di spingere le persone oltre la loro soglia di tolleranza. Il fatto che le condizioni attuali prendano la forma di un fenomeno collettivo permette di sollecitare risorse collettive: l’attenzione alla comunicazione, ai più fragili, attivare la generosità, il rispetto delle regole, la responsabilità nei propri comportamenti e verso gli altri. Noi, insieme agli altri, anche se siamo nelle nostre case.

Diventa quindi centrale la percezione del pericolo, la sensazione di non avere del tutto le risorse per far fronte alla situazione e il “pacchetto” di emozioni che si attivano. E’ proprio per gestire queste emozioni nel migliore dei modi che il gruppo ha bisogno di informazioni chiare e comprensibili, in modo che anche i singoli siano in grado di fare la loro parte in maniera efficiente e funzionale. Quando una situazione di emergenza diventa di portata nazionale cambia non solo in senso quantitativo, ma anche il modo di sentire quello che ci succede, in modo peggiorativo quando parliamo di perdita di controllo, ma anche di bisogno di vicinanza psicologica, di condivisione, verso un sentire e un modo di metabolizzare gli eventi che toccano tutti, noi e gli altri.

Le conseguenze della paura

Vivere in uno stato prolungato di paura e terrore, come quello di questi giorni, può portare ad un abbassamento del tono dell’umore (accentuato dall’isolamento o dalla lontananza dai propri cari), oppure a sviluppare i sintomi di un Disturbo da Stress Post traumatico (DPTS) come anedonia, rabbia, paura, disturbi dell’alimentazione, disturbi del sonno, disturbi gastrointestinali.

L’ ansia è codificata attraverso complessi meccanismi e diversi circuiti cerebrali.

Quando si percepisce un pericolo esterno, gli organi di senso registrano uno stato di allerta che si traduce in un input nervoso volto ad attivare un’area della corteccia, da cui scaturiscono una serie di reazioni fisiologiche e comportamentali.

Sono state identificate diverse zone implicate nella modulazione dell’ansia, tra cui le più importanti sono: il talamo, l’amigdala, una via afferente, che implica la processazione dello stimolo da parte della corteccia e le vie efferenti del circuito ansia-paura, innescando una risposta autonomica che coinvolge il sistema simpatico e parasimpatico, potando al minifestarsi di sintomi somatici quali l’aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, sudorazione, piloerezione, dilatazione pupillare, minzione frequente e sintomi gastrointestinali.

E’ facile intuire come i fattori di stressor cronici come la pandemia che stiamo vivendo possano interrompere e stravolgere la vita con uno stato di tensione emotiva continuata che può sfociare in sintomi fisici, emotivi, cognitivi e comportamentali.

Gestire le emozioni

La conseguente disregolazione emotiva può essere legata al momento di forte stress e all’attivazione di dinamiche copionali disfunzionali, ma abbiamo molti strumenti a disposizione a livello metacognitivo per farvi fronte. Conteniamo il rimuginio facendo e lavorando, informiamoci sulle naturali conseguenze dello stress, osserviamo la relazione tra quello che pensiamo e come si sente il nostro corpo, riconosciamo le emozioni degli altri e parliamone esplicitamente, non lasciamo che l’emozione del momento dilaghi su tutto quello che pensiamo e facciamo.

E’ importante in momenti delicati come quello che stiamo vivendo porsi l’obiettivo di riconoscere le emozioni negative per trasformarle in risorse senza lasciarsi sopraffare dal senso di smarrimento. Non siamo abituati a questo stato di emergenza e lo spavento e l’angoscia per la nostra incolumità invadono totalmente la mente, questo è NORMALE e quindi il primo passo è accettare ed ammettere di essere preoccupati. Parlare liberamente di questo stato psicologico non rende deboli ma anzi più in contatto con sé stessi.

Meditazione

 

  • Dirigere altrove l’attenzione

I giornali pubblicano solo brutte notizie, in rete trovate uno stile ridondante e ipnotico.. cominciate a fantasticare e successivamente a rimuginare sul fatto che sicuramente succederà qualcosa di brutto…Questi pensieri generano tensione, alimentano la paura, riducono la nostra autostima e minano il contatto con la realtà. Dobbiamo imparare a spostare il nostro sguardo dall’ambiente circostante e la sua complessità e dirigerlo dentro di noi. Quando avremo saputo prenderci cura di noi stessi ed ascoltarci, tutto tornerà in equilibrio. Si tratta senz’altro di una delle migliori tecniche per gestire le emozioni da imparare e applicare giorno dopo giorno.

 

  • Implementare le proprie risorse pensando al futuro

Non è sempre scontato concentrarci sul qui ed ora, sul presente.Il nostro presente può essere abitato dal timore, dallo stress, da sentimenti di frustrazione.. sarebbe quindi interessante cominciare a pensare a cosa desiderate per il vostro futuro: “voglio sentirmi bene, voglio ottenere questo, voglio che accada quello, voglio sentirmi più coraggioso, più sicuro di me”. Posizionando nel futuro immediato obiettivi facili, positivi ed arricchenti, sarete più motivati nel presente. Usate la tecnica della riaffermazione, ricordate i vostri successi e le vostre virtù del passato per riporre nel futuro immediato tutte le vostre speranze.

 

  • I benefici della meditazione

La meditazione è una tecnica talmente potente che, dopo solo 8 settimane di pratica, la struttura del cervello inizia a modificarsi, è inoltre una delle più efficaci tecniche per gestire le emozioni, richiede una pratica costante e frequente. La meditazione è efficace per regolare i pensieri intrusivi, ridurre lo stress, migliorare l’attenzione e canalizzare gli stati d’ansia, oppure nel generare idee e sintonizzarci con la nostra creatività.

 

  • Trovare il proprio canale di espressione

C’è chi trova un rifugio e un canale di espressione emotiva nella scrittura. Altri disegnano o colorano mandala come tecniche per gestire le emozioni. Di questi tempi si può fare sporti in casa o se si ha un giardino, punto di evasione e creatività può essere la lettura, la musica o un animale con cui passeggiare. Altri ricercano preziosi istanti di silenzio. “Il potenziale creativo è spesso bloccato da una mente e una vita troppo indaffarata. Per lasciarlo emergere, sia la nostra mente che la nostra vita devono diventare più tranquille”

Le migliori tecniche per gestire le emozioni diventano qualcosa di strettamente personale, possiamo trovarle noi stessi, senza neanche pensarci, tramite quell’attività che ci permette di entrare in armonia con il mondo e con noi stessi.

 

Bibliografia di riferimento

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author;
  • Sareen, J., Jacobi, F., Cox, B. J., Belik, S. L., Clara, I. & Stein, M. B. (2006). Disability and poor quality of life associated with comorbid anxiety disorders and physical conditions. Archives of Internal Medicine, 166(19), pp. 2109-2116;
  • Braconnier A., (2003) Piccoli o grandi ansiosi? Come trasformare l’ansia in una forza, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  • Dugas, M. J., & Robichaud, M. (2007).Cognitive-behavioral treatment for generalized anxiety disorder: From science to practice. New York/London: Routledge;
  • Nardone G. (2016) La terapia degli attacchi di panico;
  • Watzlawick P, Nardone G. (1997)  Terapia Breve Strategica.

 

DiLaura Panìco

Il corpo che vorrei. Il disturbo da dismorfismo corporeo

La dismorfofobia è un disturbo psicologico complesso, nel corso del quale un individuo immagina di avere un difetto fisico grave: ciò implica una visione deformata di alcune aree del proprio corpo. La persona si “vede” nello specchio deforme o mostruosa.

Questo difetto immaginario è la fonte di forte ansia e stress. Il dismorfofobico immagina che gli altri vedano solo questo difetto, fattore che spesso causa un profondo vissuto di inadeguatezza e sofferenza che può condurre la persona a isolarsi o a intraprendere percorsi autodistruttivi pur di “sanare” l’imperfezione percepita. La letteratura clinica indica che molto spesso la dismorfofobia è associata in comorbilità da disturbi del comportamento alimentare, soprattutto durante l’adolescenza.

I sintomi della dismorfofobia (disturbo da dismorfismo corporeo) includono:

  • Eccessiva preoccupazione per un difetto fisico percepito che le altre persone non notano oppure non giudicano problematico
  • Convinzione di avere un difetto fisico che rende brutto o deforme
  • Credenza che le altre persone notino questo difetto e giudichino negativamente l’aspetto fisico
  • Comportamenti finalizzati a cercare di correggere o nascondere questo difetto percepito
  • Tentativi continui di nascondere il difetto percepito
  • Paragoni continui circa il proprio aspetto fisico con quello altrui
  • Continue richieste di rassicurazione circa le apparenze da parte degli altri
  • Tendenze perfezioniste
  • Tendenza a evitare situazioni sociali
  • Preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto e rispetto alle conseguenze negative in diversi ambiti della propria vita (ad es., lavoro, famiglia, scuola, ecc.)

 

Inoltre la persona può soffrire di ossessioni riguardo a una o più parti del corpo, la parte del corpo incriminata può cambiare col tempo.

Accade spesso che il corpo non sia percepito come un tutto organico che abitiamo, ma piuttosto come un oggetto sbagliato, qualcosa che non è come dovrebbe essere, come vogliamo che sia. 

Il disturbo da dismorfismo corporeo, che raggiunga o meno la visibilità dell’evidenza clinica, riguarda sia uomini che donne, con un aspetto nella norma, spesso piacevoli, che mostrano un’eccessiva e infondata preoccupazione per determinati distretti o tratti del proprio corpo.

La persona si vergogna profondamente del proprio aspetto fisico, di uno specifico difetto attribuito al corpo, tanto da dedicargli ore e ore di pensieri e infinite strategie di correzione, spesso si chiede, infatti, alla chirurgia di annullare l’anomalia, di aggiustare il difetto, bypassando la possibilità di riflettere sul senso della sofferenza che il difetto lega a sé, privandola di qualsiasi dimensione simbolica e soggettiva. Si ha in mente un modello, un’immagine ideale di come sarebbe il proprio aspetto una volta liberato dal difetto, e si continua a rincorrerlo senza sosta finchè non si rimane inevitabilmente delusi, perché quel modello è una proiezione di una tensione che racconta un’altra storia. Si colloca la soluzione della sofferenza in una dimora sbagliata, parcellizzandola, relegandola, ignorando un bisogno sopito e autentico che riguarda la sfera degli affetti.

La sofferenza che può condurre ad attribuire a tratti corporei disprezzati una profonda sensazione di disagio esistenziale ha radici antiche, generalmente connesse con le relazioni primarie, con gli scambi affettivi della prima infanzia. È quindi espressione di un intenso bisogno di accettazione che ha matrice nella storia soggettiva.

Legare l’idea che raggiungere un’immagine ideale sia la chiave per conquistare affetto, attenzione da parte degli altri, successo, felicità, non tiene conto di un drammatico e radicale equivoco, non si diventa altro perché si è annullato un difetto. Incarnarsi e vivere il proprio corpo animato è esperienza che include vivere e accettare l’imperfezione. Fondamentale è poter incontrare se stessi e l’altro a partendo da lì.

La psicoterapia può essere molto utile per superare il disturbo di dismorfismo corporeo, ma va sempre utilizzata in aggiunta al trattamento farmacologico.

La tecnica EMDR può aiutare il paziente a  “desensibilizzare” i ricordi traumatici alla base dell’eziologia del disturbo, con un andamento cronologico rispetto alle radicate credenze disfunzionali interiorizzate.

Ricostruire insieme la storia di vita del paziente, capire l’origine e le cause del disagio trovando gli eventi più significativi è fondamentale perché sono proprio quelle situazioni che nella maggior parte dei casi hanno influenzato la costruzione di un’immagine negativa di sé rispetto all’amabilità personale e al valore, e che hanno inciso profondamente sull’autostima. Capire il mondo da cui veniamo ci serve per comprendere che spesso, per guardare il presente, usiamo delle lenti che in primis riflettono i nostri antichi vissuti e la paura a questi legati.

 

BIBLIOGRAFIA

  • La Barbera, Guarneri, Ferraro “Il disagio psichico nella post modernità”, Magi Formazione, 2009;
  • Recalcati M. “L’uomo senza l’inconscio”, Raffaello Cortina Editore, 2010;
  • Todarello O., Porcelli P. “Trattamenti in medicina psicosomatica“, Franco Angeli, 2006.

 

 

DiLaura Panìco

La violenza domestica

Violenza domestica

Definizione e origini culturali

La definizione di che cosa sia la “violenza” non è assoluta, né immodificabile.

I dati raccolti negli ultimi trent’anni rispetto a questo tipo di violenza sono drammaticamente in crescita, e, nella quasi totalità dei casi coinvolgono prevalentemente il genere femminile.

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DiLaura Panìco

La personalità passivo-aggressiva

Personalità passivo-aggressiva

Aggressività e rabbia: quali differenze?

Galimberti (1994) definisce l’aggressività come una tendenza che può essere presente in ogni comportamento o fantasia, volta all’etero o all’autodistruzione, oppure all’autoaffermazione.

L’aggressività non deve essere confusa con assertività, ambizione, ostilità o rabbia, che implicano l’espressione di un’emozione, ma non sono comportamenti necessariamente diretti ad altri esseri viventi. L’aggressione infatti è sempre diretta verso qualcuno.

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