Hikikomori generation

DiLaura Panìco

Hikikomori generation

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Hikikomori2L’isolamento dell’Hikikomori

L’hikikomori è una forma di comportamento di ritiro sociale patologico che è stato identificato per la prima volta in Giappone, descrive giovani e giovani adulti che in gran parte diventano reclusi (principalmente nelle case dei genitori) e non si impegnano nell’istruzione, nell’impiego o nella formazione per mesi o anni. Il loro comportamento nascosto o non impegnato rende lo studio di questo recente fenomeno un argomento di ricerca estremamente impegnativo.

Quando parliamo di hikikomori ci accorgiamo di avere davanti una persona che soffre evidentemente, ma che, allo stesso tempo, si dimostra restia ad abbandonare la propria condizione, adducendo una serie di motivazioni a suo modo razionali: sostiene di stare bene nella solitudine, di non avere nulla da spartire con i coetanei, oppure di essere senza alternative, convinto che nessuno possa aiutarlo. 

La pulsione all’isolamento nasce a livello irrazionale e scaturisce da una difficoltà dell’individuo nell’instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti. L’ambiente sociale, spesso rappresentato da quello scolastico e dal rapporto quotidiano con i coetanei, diventa fonte di malessere e viene quindi respinto. 

Il bisogno di ritiro potrebbe essere dunque interpretato, in questa fase iniziale, come un meccanismo di difesa istintivo che porta l’hikikomori a evitare il più possibile le relazioni sociali dirette. La causa del disagio, tuttavia, deve essere ancora individuata, elaborata e attribuita a livello consapevole.

Ciò che porta l’hikikomori ad abbandonarsi alla pulsione di isolamento sociale, smettendo di contrastarla e sprofondando dunque nella solitudine, è la visione negativa delle relazioni che si viene a sviluppare successivamente e che fornisce una motivazione razionale alla scelta del ritiro. In questa fase viene quindi identificata una correlazione causa-effetto tra il proprio malessere e il rapporto diretto con gli altri, maturando contestualmente anche l’idea che sarebbe opportuno allontanarsene e smettere di imporsi determinate azioni sociali fonte di sofferenza.

L’hikikomori è favorito da un meccanismo psicologico che favorisce la cronicizzazione dell’isolamento e lo rende difficilmente reversibile, motivo per cui il soggetto arriva talvolta respingere qualsiasi tentativo di aiuto. Parlo di una estremizzazione del pensiero, ovvero una visione della realtà che potremmo definire “comune” nel contesto sociale di cui l’hikikomori fa parte, che tuttavia finisce per radicalizzarsi e per orientare fortemente le azioni dell’individuo. 

Ricerca e attaccamento relazionale

Le ricerche evidenziano in questi giovani un pattern di attaccamento materno insicuro-evitante, su cui si innesta una figura paterna silenziosa, severa e opprimente, una sorta di legame familiare di co-dipendenza in cui ogni membro del nucleo è in attesa di qualcosa dall’altro, tutti avvolti in una sorta di percorso perverso di aspettative: diventare uomo significa “essere uomo virile”, ossia un uomo calmo, forte, centrato sul compito di provvedere economicamente alla propria famiglia, con un grande auto-controllo sulle proprie emozioni, ma sostanzialmente incapace di comunicazione emotiva.

Una spinta genitoriale che assume le caratteristiche dell’ossessività e della iperprotettività, generando l’angoscia del non essere mai all’altezza di tali aspettative; gli individui sono perciò spinti dalla fragilità e dal narcisismo ipertrofico con cui sono stati cresciuti. L’isolamento in cui il ragazzo hikikomori si rifugia passa quindi attraverso un blocco comunicativo con il mondo esterno, significativo proprio poiché accade nella fase dell’adolescenza, un passaggio di vita in cui la conquista della propria identità e dell’emancipazione permette di percepire una realtà diversa da quella dell’immaginario infantile ed in cui prevale il sentimento di impotenza dinanzi al cambiamento del ruolo che lo aspetta.

Un rifugio, quello dell’isolamento hikikomori, volto a difendersi da ipotetici e probabili fallimenti, delusioni procurate proprio da genitori animati da altissime aspettative sul futuro professionale dei loro figli.

Un ritiro quindi e non una malattia, in cui la volontaria reclusione viene alimentata anche da cause connesse a quel sistema sociale tipico della cultura giapponese nel quale questi giovani vengono etichettati come viziati, ma non malati, “disertori” dello spirito di gruppo e del senso del dovere. Una realtà in cui i gruppi sociali, i membri di un villaggio, di un’impresa e della stessa comunità nazionale hanno sviluppato un profondo senso della gerarchia, identificandosi completamente con il proprio gruppo di appartenenza, in cui ogni individuo dipende direttamente dall’altro e al quale è legato da un rapporto dalle forti valenze emotive, che conferisce prestigio, ma soprattutto un’identità sociale.

Così, attraverso l’auto-isolamento, viene espresso il fatto di sentirsi un individuo profondamente sbagliato e non adeguato alla richiesta sociale e, attraverso il ritiro sociale, si crea un linguaggio di riferimento alienato dalla società pressante dando vita ad una situazione in cui egli trova, a suo modo, non solo una propria identità, ma anche l’attenzione ed il rispetto del mondo che lo circonda. E se, nella cultura occidentale, l’autoesclusione tende ad esprimersi attraverso la dipendenza da alcol, droghe e/o la negazione dei propri bisogni primari (come accade ad esempio nei disturbi del comportamento alimentare attraverso l’anoressia o la bulimia), i giovani orientali, figli di un contesto gruppale, scelgono invece, la via del silenzio.

Hikikomori1How can I help you?

Cambiare l’interpretazione della realtà di un hikikomori è dunque molto complesso poiché andremo a scontrarci con degli schemi mentali particolarmente rigidi e composti da una serie di convinzioni che si sono fortificate nel corso di molto tempo e che sono divenute parte integrante dell’identità del soggetto che le ha generate. 

Interessante notare però che, quando ho chiesto direttamente a 89 soggetti in isolamento sociale quanto fossero disponibili a essere aiutati, la percentuale si è ribaltata rispetto a quella riportata dai genitori, con oltre il 60% di risposte positive. Questo mi ha portato a ipotizzare che esista un’incongruenza nelle aspettative fondamentale tra quello che è il tipo di aiuto che gli hikikomori vorrebbero ricevere e quello che invece viene loro concretamente offerto.

 

Bibliografia

  • APA, DSM-V. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Masson, Milano, 2002;
  • Carbonaro A., La Rosa M., Giappone controluce. Pratiche e culture a confronto, Franco Angeli, Milano, 1997;
  • Doi T., Anatomia della dipendenza. Un’interpretazione del comportamento sociale dei giapponesi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1991;
  • Ricci C., Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, Franco Angeli, Milano, 2008;
  • Sakuta K., Haji no Bunka Saikou. Riconsiderazione sulla cultura della vergogna, Chicuma Shobo, Tokio, 1967.

 

Info sull'autore

Laura Panìco administrator

Sono Psicologa clinica e psicoterapeuta. Nata a Roma nel 1978 dove vivo e lavoro. Terapeuta EMDR, specializzata in psicotraumatologia.

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