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DiLaura Panìco

Uomini maltrattanti e terapia EMDR

 

POTER SCEGLIERE DI..

Il maltrattamento non è un raptus, ma una scelta.

Per quanto condizionato da mille fattori di rischio, ambientali, relazionali, psicologici, il maltrattamento si sceglie e, per questo, si può anche SCEGLIERE DI FERMARE LA VIOLENZA.

Esistono degli elementi anamnestici e rilevabili in termini di attaccamento disfunzionale alle figure primarie di riferimento, che molti degli uomini che diventano violenti hanno in comune. Ad esempio, molti di loro vivevano in famiglie in cui non si capiva quello che accadeva. I genitori avevano comportamenti imprevedibili, non razionali. Oppure uno dei genitori era violento nei confronti del bambino o del/lla partner.

E alla fine, essere un uomo violento è una scelta.

Quando noi, in terapia, ascoltiamo gli uomini che parlano, cerchiamo di farli concentrare proprio su questo: la violenza è una scelta.

Loro cercano di portare in terapia tutta una serie di episodi che potrebbero portare a giustificare il loro comportamento, come appunto, le violenze subite dai familiari o le ingiustizie subite sul luogo di lavoro o nelle relazioni sentimentali. Noi cerchiamo, invece, di farli concentrare proprio sui loro comportamenti, riconsegnando a loro il focus del potere decisionale. A volte passiamo l’intera ora della terapia a ricostruire pochi minuti di un episodio che ha fatto scatenare la violenza, ricostruiamo con loro come era la stanza in cui è scoppiata la violenza, come era messo il piatto in tavola e così via, per farli concentrare sulle loro azioni e conseguentemente sui meccanismi di pensiero-emozione-comportamento che li hanno innescati, sui meccanismi che hanno fatto scattare la violenza.

 

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MENTALIZZAZIONE E CONSAPEVOLEZZA

Andiamo a nominare la violenza.

Gli uomini all’inizio la minimizzano, la negano, poi, pian piano, ne diventano consapevoli. Uno dei motivi più frequenti per cui un uomo decide di seguire un percorso di terapia per smettere di essere violento, è quando ci sono dei figli. Più che chiedersi “Che marito voglio essere?”, la molla che fa scattare la consapevolezza di avere bisogno d’aiuto, è “Che padre voglio essere?”. Da questa domanda può partire un percorso che porta ad acquisire nuove consapevolezze all’uomo maltrattante.

L’obiettivo principale per noi operatori sanitari è quello di mettere in sicurezza la vittima dei maltrattamenti ed eventuali minori coinvolti attraverso la riduzione dei comportamenti aggressivi. Intervenire direttamente sul soggetto maltrattante può contribuire all’interruzione del circolo della violenza.

Per lavorare efficacemente con gli uomini violenti è necessario sapere che dietro questa rappresentazione si nasconde l’immagine di un bambino traumatizzato che ha subito prima ed ha imparato poi ad essere violento come risposta elettiva, per quanto disfunzionale, ad una situazione vissuta di costante pericolo. Dietro un uomo violento è necessario quindi scorgere un’altra immagine: quella di un bambino traumatizzato che ha subito, a sua volta, una serie di esperienze negative avverse, uno di quei bambini che a volte vediamo nei nostri servizi sociali, nei servizi di tutela per minori e che molto probabilmente non ha avuto la fortuna o la possibilità di incontrare una figura terapeutica riparativa che potesse aiutarlo nella rielaborazione di tali esperienze.

La violenza viene percepita da questi uomini come l’unica opzione disponibile e possibile (per quanto disfunzionale) atta a gestire un conflitto relazionale. Le teorie riconoscono un ruolo centrale dell’attivazione del sistema limbico e dell’amigdala nei comportamenti aggressivi e un importante deficit di inibizione da parte della corteccia prefrontale (che svolge un ruolo fondamentale nei processi cognitivi e nella regolazione del comportamento).

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EMDR E RIELABORAZIONE

Le ricerche scientifiche affermano il ruolo centrale di iperattivazione dell’amigdala in connessione con i comportamenti violenti e sul quale invece la terapia EMDR possiede prove di efficacia incontestabili.

Dato l’assunto fondamentale della terapia EMDR secondo cui sintomo e malattia sono l’espressione di traumi registrati nella memoria in modo disfunzionale, allo stesso modo i comportamenti aggressivi e violenti possono essere considerati come la manifestazione sintomatica di traumi irrisolti, innestati su soggetti che nella vita hanno sviluppato modelli operativi interni disfunzionali e stili di attaccamento insicuri o disorganizzati con le loro figure di riferimento, vissuti in contesti familiari scarsamente protettivi, potenzialmente minaccianti o esplicitamente maltrattanti.

Nessuno nasce violento, nessuno ha il “gene cattivo” della violenza dentro di sé.

E i comportamenti violenti possono essere disattivati.

Il protocollo di trattamento EMDR è incentrato su trattamento di traumi con la t minuscola (ripetuti nel tempo e di natura prettamente relazionale) e con T maiuscola (eventi catastrofici, incidenti..), con particolare riferimento alla violenza subita (fisica e psicologica), alla violenza assistita, agli abusi sessuali, ai traumi transgenerazionali e ai traumi dell’attaccamento.

Attraverso la tecnica del Floatback (“tornare indietro”) vengono contattate dal paziente antiche emozioni di rabbia e umiliazione in relazione a questi eventi traumatici, emozioni e sensazioni corporee che coincidono perfettamente con quelle che si attivano quando, in situazioni di conflitto coniugale e a seguito di stimoli legati a sentimenti di umiliazione sono strettamente connesse al mancato contenimento della rabbia, che poi sfocia in maltrattamento.

Studi clinici dimostrano che il lavoro terapeutico con l’EMDR favorisce l’aumento della capacità di mentalizzazione (comprendo il mio stato mentale, comprendo il tuo stato mentale), una presa di consapevolezza autentica di quello che è stato e delle conseguenze dei propri agiti, vengono modificati i pattern di attaccamento disfunzionale.

Inoltre i traumi elaborati in maniera adattiva non innescano meccanismi automatici ed incontrollabili di aggressività, bensì strategie adattive di gestione dei conflitti e della rabbia.

Si osserva, quindi, in questi pazienti una maggior capacità di regolare le emozioni, un maggior controllo degli impulsi, una diminuzione dei livelli di dissociazione e un aumento generale del benessere e del funzionamento psichico globale.

Il valore aggiunto dell’EMDR offre quindi un reale potenziale per il trattamento degli autori di violenze, focalizzando l’attenzione sull’individuazione ed elaborazione dei ricordi traumatici alle radici della violenza stessa: i traumi elaborati in maniera adattiva non innescano più meccanismi automatici ed incontrollabili di aggressività bensì strategie adattive di gestione dei conflitti e della rabbia.

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

  • Bagattini D., Pedani V., Primo rapporto sulla violenza di genere in Toscana. Un’analisi dei dati dei Centri Antiviolenza, pubblicato dalla Regione Toscana, 2009.
  • Bourdieu Pierre, Il dominio maschile, Feltrinelli, 1998;
  • Cortinovis M., Trattare uomini violenti con EMDR, atti del congresso “20 anni di terapia EMDR in Italia”, Milano, 2019.
  • Johnson M., Patriarchal terrorism and Common Couple Violence: two forms of violence against women, Jouranla of Marriage and the Family, Vol. 57 N.2, 1995, p.283-294.
  • Ponzio G., Crimini segreti. Maltrattamento e violenza alle donne nella relazione di coppia, Baldini Castoldi Dalai editore, 2004
  • Romito P., Un silenzio assordante: la violenza occulta su donne e minori, Franco Angeli, Milano, 2005.

 

 

DiLaura Panìco

L’ascolto attivo in psicoterapia

“E’ sbalorditivo come certe cose che sembrano insolubili diventano solubili se qualcuno ci ascolta, come una confusione che sembra irrimediabile si trasforma in un flusso che scorre con relativa limpidezza. Ho apprezzato profondamente le volte in cui ho sperimentato questo ascolto sensibile, empatico, concentrato.” (Carl Rogers)

 

“Un buon ascoltatore aiuta ad ascoltare noi stessi.” (Yahia Lababidi)

 

Il dialogo presuppone l’ascolto.
Non c’è dialogo senza ascolto partecipe dell’altro, senza il nostro impegno a comprendere quanto l’altro ci vuole comunicare.

L’ascolto è in primis uno strumento di conoscenza, comunicazione, apprendimento.

L’ascolto attivo è una tecnica di comunicazione di tipo assertivo, basato sull’accettazione e l’empatia, atto a promuovere la capacità di esprimere in modo corretto ed efficace le proprie emozioni e i contenuti del pensiero, a saper ascoltare e percepire le ragioni e i sentimenti degli altri, stabilendo quel contatto autentico che può diventare base per relazioni arricchenti ed efficaci. Ascoltare in modo attivo vuol dire collegarsi all’altro attraverso la meta-comunicazione, cogliendo ogni aspetto del messaggio, la postura, il tono di voce, le esitazioni e le emozioni che trapelano da quanto viene detto, focalizzandosi quindi sugli aspetti verbali e non verbali.

 

  • Il silenzio attivo

Attuando questa tecnica, una volta che il paziente termina di parlare, il terapeuta sceglie volontariamente di non intervenire. In questo modo consente all’altro un’opportunità di elaborazione circa quanto ha appena esposto. Il paziente percepisce il silenzio del terapeuta sentendosi accolto e tenderà a riflettere e a fornire maggiori informazioni per chiarire il suo pensiero o il suo sentire. Inoltre, in questo spazio sospeso il paziente sta sperimentando una frustrazione che forse non è così terribile, sta sperimentando che forse non è sempre necessario sapere come andrà a finire e trovare una risposta.

 

  • Il rispecchiamento empatico

Durante la messa in atto del rispecchiamento, le parole del paziente non vengono mai interpretate. Questa tecnica è utile specialmente nelle fasi iniziali della psicoterapia, concretamente il terapeuta rimanda al paziente dei segnali che, come veri e propri specchi, riflettono ciò che egli ha appena detto, senza alterare la costruzione del discorso o la situazione psicologica in cui esso avviene. Vengono Ri-proposte, in particolar modo, emozioni e sentimenti che sono sembrati sottesi alle parole. Le tecniche di rispecchiamento sono strumenti di rinforzo del sé dell’altro.

Hanno infatti il potere di creare un clima empatico-affettivo caloroso e rassicurante, ponendo le basi per la costruzione di una buona alleanza terapeutica. Tale clima consente alla persona che sta parlando di ricevere continui feedback che lo inducono a riflettere su di sé, sulle affermazioni ed i pensieri espressi. Il paziente si sente realmente ascoltato ed accettato.

 

  • Il riepilogo

Tra le tecniche di ascolto attivo, troviamo la tecnica del riepilogo.

Si tratta di una tecnica utile se il paziente si dilunga nei dettagli perdendo il focus della risposta o evadendo quelli che potrebbero essere contenuti significativi. In questo modo, senza esprimere giudizi o intolleranza, il terapeuta attivo ed attento, fa un riepilogo del discorso, evidenziando gli elementi salienti. Riassume le parole del paziente, riproponendo, riorganizzando gli elementi del discorso sotto forma di ipotesi, rimandando a specchio la sua disponibilità ad accogliere, ma anche ad agevolare la persona che parla nel dare priorità agli elementi focali del discorso.

 

  • La parafrasi

In questa tecnica il clinico riprende ciò che considera essere saliente, senza interpretare o aggiungere contenuti propri. Il terapeuta ripete, con altri termini, quanto ha raccontato l’interlocutore, collegandosi a qualcosa di effettivamente detto.

Solitamente la riformulazione avviene con frasi tipo:

Dunque, lei vuole dire che…

Se ho capito bene, lei sta affermando che…

Lo scopo è portare l’altro a fare una riflessione sul proprio pensiero in modo da verificarne la concretezza e collegarne il contenuto ai dati di realtà.

 

  • La riformulazione

Una tecnica molto semplice, ma interessante per entrambe le parti.

Utilizzando sempre la formula del tipo “mi stai dicendo che…”, il terapeuta utilizza le stesse parole del paziente che si sente come messo di fronte ad uno specchio e può riflettere sull’immagine che sta offrendo di sé all’altro, sul piano anche della sincerità e della chiarezza.

Ciò facilita il riconoscimento di nessi di significato e con-causalità fra pensiero, emozione e comportamento, gettando le basi per lo sviluppo di un Io Osservante nella mente del paziente.

Ascolto attivo

L’ascolto attivo è una forma di comunicazione completa e profonda, che ci rende disponibili nei confronti dell’altro e che coinvolge aspetti comunicativi verbali e non verbali associati all’attenzione e alla comprensione, quasi ad avvolgere in modo accogliente l’altro, senza invadere, per facilitare la costruzione di una buona relazione.

 

“Nessun giudizio, nessun commento, nessun atteggiamento: semplicemente si osserva, si studia, si guarda, senza il desiderio di cambiare ciò che è. Perché se si desidera cambiare ciò che è in ciò che dovrebbe essere, si cessa di comprendere.”

A. De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo.

 

 

 

Bibliografia di riferimento

  • Cheli, Relazioni in armonia, Milano, Franco Angeli, 2004.
  • Liss, L’ascolto profondo La Meridiana ed., 2004.
  • Nanetti, Counseling L’arte di comunicare, Ed. Pendragon.
  • Carl R. Rogers, La terapia centrata sul cliente, La Meridiana ed., 2007.
  • Watzlawick et al., La Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971.

 

 

 

DiLaura Panìco

I disturbi alimentari in adolescenza: Anoressia e Bulimia nervosa

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono patologie caratterizzate da una alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo, l’età di insorgenza è prevalentemente quella adolescenziale e colpiscono soprattutto il sesso femminile.

I principali disturbi dell’alimentazione sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED). I manuali diagnostici, inoltre, descrivono anche altri disturbi correlati, come i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia, categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

 

Anoressia Bulimia

I NUMERI IN ITALIA..

In Italia sono tre milioni le persone che convivono con i disturbi del comportamento alimentare. Fra questi vi sono 2,3 milioni adolescenti.
L’anoressia è una malattia che colpisce più che altro le donne (95% dei casi), e che si sviluppa più spesso nella fascia di età 15-25 anni.

L’adolescenza, in effetti, è una fase delicata, di cambiamento e di transizione.
I ragazzi e le ragazze affrontano un momento in cui il corpo e la mente passano dall’essere bambini all’essere giovani adulti. La pubertà fa cambiare il corpo, e la ricerca di approvazione nel gruppo dei pari (ma non solo) porta a sviluppare un’attenzione maniacale al proprio aspetto fisico.

I problemi con il cibo che si manifestano in questo periodo possono rappresentare una richiesta d’amore disperata e la necessità di ottenere riconoscimento conferme.
A questo proposito, la famiglia e le sue regole sono fondamentali per accompagnare l’adolescenza in questo percorso di crescita.

 

I CRITERI DIAGNOSTICI

Anoressia Nervosa

Il DSM-5 elenca i tre criteri diagnostici dell’anoressia nervosa:

  1. Restrizione nell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come un peso inferiore al minimo normale oppure, per bambini e adolescenti, meno di quello minimo previsto.
  2. Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.
  3. Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso (American Psychiatric Association, 2013).

Quindi l’anoressia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato dalla paura di ingrassare e da un’eccessiva preoccupazione per il proprio peso e per il proprio corpo, e può essere di due tipi: con condotte Restrittive e con condotte di Eliminazione.

La prima è caratterizzata da una consistente riduzione dell’assunzione di cibo e di sostanze nutritive e da un’attività fisica elevata, mentre la seconda è caratterizzata dall’assunzione di lassativi o dall’autoinduzione del vomito.

Il Ministero della Salute mostra che attualmente ci sono circa 8 nuovi casi di anoressia nervosa ogni 100.000 abitanti e che la prevalenza oscilla attorno allo 0,2 – 0,9%, nella fascia di età compresa tra i 12 e i 25 anni (Ministero della Salute, 2013).

 

Bulimia Nervosa

Per quanto riguarda la bulimia nervosa i criteri diagnostici sono i seguenti:

  1. Ricorrenti di abbuffate. Un’abbuffata è caratterizzata da entrambi i seguenti aspetti:

1) Mangiare, in un periodo di tempo circoscritto (per esempio nell’arco di due ore), una quantità di cibo che è indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo in circostanze simili.

2) Senso di mancanza di controllo sull’atto di mangiare durante l’episodio (per esempio sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando).

  1. Ricorrenti comportamenti di compenso volti a prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso-uso improprio di lassativi, diuretici o altri farmaci; digiuno o esercizio fisico eccessivo.
  2. Le abbuffate compulsive e utilizzo improprio di mezzi di compenso avvengono in media almeno una volte a settimana per tre mesi.
  3. La valutazione di sé è inappropriatamente influenzata dalla forma e dal peso del corpo.
  4. Il disturbo non si riscontra soltanto nel corso di episodi di anoressia nervosa.

Quindi la bulimia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato da frequenti abbuffate seguite da comportamenti compensatori tra cui: vomito, uso di lassativi, digiuno ed esercizio fisico.
I dati del Ministero della Salute mostrano che l’incidenza della bulimia nervosa è in crescita, infatti si parla di circa 12 nuovi casi ogni 100.000 abitanti, e che la prevalenza è di circa il 0,5 – 1,8% nella fascia di età compresa tra i 12 e i 25 anni.

 

Anoressia Bulimia

Le radici psicodinamiche del disturbo

L’anoressia riguarda la paura intensa di ingrassare, questo percorso verso inizia solitamente con una dieta ferrea e passa attraverso un controllo maniacale delle calorie ingerite e il rifiuto del cibo, con il rischio di intaccare le funzioni vitali del corpo. L’incontro con lo specchio, però, non restituirà mai l’immagine di un corpo ideale.

L’anoressia è un tentativo disperato di difendersi dalle relazioni che feriscono. Ad esempio, alcuni genitori si prendono cura dei figli in funzione dei propri bisogni, invece che di quelli del bambino.

Così può capitare che i figli, per sentirsi amati, debbano compiacere i genitori, perdendo però la propria spontaneità e vivendo sé stessi come una estensione delle figure genitoriali. Crescendo, questi bambini avranno difficoltà a identificare i propri stati interiori e facendo fatica a diventare autosufficienti, in un’ottica di mancata differenziazione con le figure di riferimento.

La persona anoressica, al contrario di ciò che sembra, è un soggetto disperatamente affamato.

Ma la fame non riguarda (solo) il cibo. L’anoressica ha fame d’amore, ma sceglie di occuparsi di quella del corpo, dal momento che lega la propria autostima all’essere magra. L’attività di controllo occupa la sua mente in modo pervasivo, condizionando tutta la giornata e le relazioni con gli altri.

Ho fame di tutto e per questo rifiuto tutto”..l’illusione anoressica è quella di essere autonomi e immuni dal bisogno di amore e dal desiderio. Il percepirsi come imperfetti o non adeguati, la difficoltà nel gestire le emozioni e il bisogno di essere amati sono quindi tra le cause principali di questo disturbo alimentare.

 

La bulimia si caratterizza per la presenza di abbuffate seguite da condotte di compensazione (vomito autoindotto, uso di lassativi, esercizio fisico eccessivo). Per contenere il senso di colpa e la paura di ingrassare, infatti, la persona bulimica espelle il cibo ingerito poco tempo prima.

Il ricorso al cibo subentra per colmare un vuoto emotivo e il disagio è legato al senso di colpa che segue le abbuffate.

La bulimia è il paradigma della voracità, dell’impulsività, del desiderio di divorare.

Il cibo è l’elemento scelto per combattere un vuoto incolmabile. Ma se nell’anoressia l’astinenza dal cibo equivale all’astinenza dal desiderio, nella bulimia quest’ultimo ha ormai travolto la persona, andando fuori controllo. Il soggetto, pur percependo il proprio comportamento come non funzionale (egodistonico), non riesce a sottrarsi, perché l’abbuffata permette di far fronte a forti emozioni di perdita intollerabili.

La depressione, l’insicurezza e la paura del giudizio sono le cause scatenanti del rapporto altalenante con il cibo, sembra essere l’unico modo per compensare le mancanze vissute nelle relazioni disfunzionali.

 

L’importanza di chiedere aiuto..

Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione riescono a chiedere aiuto.

La mancata consapevolezza di avere un disagio importante costituisce l’ostacolo fondamentale, nell’anoressia nervosa difatti questo può avvenire specialmente nelle prime fasi del disturbo, poichè non sempre ci si rende conto di avere un problema. Anzi, all’inizio, la perdita di peso può far sentire meglio la persona che, vedendosi più magra, si percepisce più bella e sicura di sé.

A volte le persone ricevono complimenti durante la loro iniziale perdita di peso e questo va a rinforzare la sensazione di stare facendo la cosa giusta, favorendo l’instaurarsi del disturbo. Quando la perdita di peso diviene eccessiva tanto da destare preoccupazione o comunque comporta un cambiamento importante della persona, molte persone non sanno come affrontare l’argomento. In genere sono i familiari che, per primi, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va. Anche per loro però non è facile intervenire, soprattutto quando la figlia o il figlio non hanno ancora nessuna consapevolezza del problema e rispondono con frasi come: “non ho nessun problema …sto benissimo!”.

Anche chi soffre di bulimia nervosa spesso si rivolge ad un terapeuta solo dopo molti anni da quando il disturbo è cominciato; difatti come nell’anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia, un forte senso di vergogna e di colpa sembra impedire alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi.

Questi problemi infatti sono vissuti inizialmente come del tutto egosintonici dalle ragazze che li manifestano: sia nell’anoressia che nella bulimia il controllo del peso e dell’alimentazione sono mezzi per sostenere la propria autostima e un illusorio senso di identità.

Chiedere aiuto significa arrivare ad avere consapevolezza del problema e riconoscere la propria incapacità di controllarlo, un percorso né semplice né lineare.

 

..verso la guarigione

Il primo e più importante passo è quello di arrivare al riconoscimento e all’autoconsapevolezza del disturbo alimentare. Sarà fondamentale successivamente ricorrere a una presa in carico che prevede una rete integrata di intervento. Il percorso più adeguato è quello multidisciplinare, che include la presenza del medico-psichiatra del nutrizionista e dello psicoterapeuta.

In questo modo si lavora sul piano emotivo e psicologico, oltre che su quello nutrizionale.

La guarigione è un percorso lungo che richiede tempo ed energie.

Oltre a monitorare il peso corporeo e le abitudini alimentari dell’adolescente, è importante la presa in carico emotiva. In particolare, sarà fondamentale il lavoro sull’autostima e sulle vulnerabilità del Sé, per superare angosce e timori collegati all’aumento del peso corporeo. La costruzione del rapporto di fiducia (alleanza terapeutica) fra paziente e terapeuta permetterà al/alla giovane di potersi affidare, sviluppando strategie di auto-contenimento degli impulsi disfunzionali. La psicoterapia è indispensabile per esplorare le cause del disagio interiore e per imparare a gestire questi comportamenti.
Fondamentale è la Psicoeducazione e le informazioni ad essa annesse, per aiutare i giovani a rendersi più consapevoli del forte legame che esiste tra emozioni e cibo, creando un ponte fra due dimensioni che vengono messe poco in relazione.

Per essere consapevoli delle proprie emozioni, per gestirle senza paura, per distinguere la rabbia dalla tristezza, dando ad esse un nome senza ricorrere al cibo e alle abbuffate per comunicare al mondo intero la propria sofferenza. Imparando a volersi bene.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

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  • Acquaro Stefania, Caprioglio Ilaria Mi nutro di vita, LiberodiScrivere.
  • Bruch H. Patologia del comportamento alimentare. Feltrinelli, Milano, 1978.
  • Cosenza D. ABA. L’approccio psicoanalitico nella cura dell’anoressia-bulimia. Franco Angeli, Milano, 2005.
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  • Dalla Ragione Laura, Vicini Maria (a cura di), Una linea per amico – Mondo virtuale e nuove tecnologie per la prevenzione dei Disturbi del Comportamento Alimentare
  • Dalle Grave R. Terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione durante il ricovero. Positive Press, 2003.
  • Fairburn C.G. Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorder. Guilford, 2008.
  • Ganzerli P, Sasso R. La rappresentazione anoressica. Contributo delle tecniche psicodiagnostiche allo studio dell’anoressia mentale. Bulzoni, Roma, 1979.
  • Jeammet Philippe. Anoressia, bulimia. Franco Angeli, Milano, 2006.
  • Maffeis C. L’eccesso ponderale nel bambino. Fisiopatologia e trattamento. Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 1997.
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  • Onnis L. Il tempo sospeso. Anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società. Franco Angeli, Milano, 2004.
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  • Regione Umbria, LINEE GUIDA REGIONALI per la diagnosi ed il trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Edizioni Regione Umbria-2013.
  • Richard AG. Anoressia e bulimia, anatomia di un’epidemia sociale. Raffaello Cortina, Milano, 2004: 133-9.
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  • Santangelo G. Dietro lo specchio. L’influenza dei mass media nella diffusione dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Aipsa Edizioni, Cagliari 2017.
  • Schilder P. Immagine di sé e schema corporeo. Franco Angeli, Milano, 1984.
  • Selvini Palazzoli M. (1963). L’anoressia mentale. Dalla terapia individuale alla terapia familiare. Feltrinelli, Milano, 1981.
DiLaura Panìco

Omofobia e discriminazione: opinione o pregiudizio?

Culturalmente siamo tesi a polarizzare la differenza sessuale, femminilizzando o mascolinizzando modi di essere e modi di fare. Queste dinamiche socio-culturali si sono nel tempo naturalizzate, sono profondamente radicate nell’immaginario collettivo e si trasmettono da una generazione all’altra ma non per questo sono “naturali” o alla natura conformi. Si traducono in un complesso ben strutturato di norme che, in quanto tali, provengono dallo stato dell’io del Genitore dei genitori ed entrano gradualmente e inevitabilmente nello stato dell’Io Genitore del bambino (attraverso il processo della contro-ingiunzione).

Pertanto si ha motivo di ritenere che i genitori e il contesto socio-educativo influenzino le decisioni dei bambini, trasmettendovi aspettative e messaggi su come può essere e cosa deve e non deve fare per sopravvivere ed essere amato e quindi soddisfare le aspettative.

Nel corso della mia attività clinica accade sovente che si parli di sessualità, eterosessualità, omosessualità. Ho potuto constatare che tra gli adolescenti, e non solo, c’è molta confusione circa il significato di identità di genere e di orientamento sessuale.

Lessico Familiare

Il primo passo che si deve fare per mettere un po’ di ordine nel mondo è imparare a “dare un nome” alle cose.

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.

 

Sesso biologico –  Consiste nell’appartenenza biologica al sesso maschile o femminile determinata dai cromosomi sessuali.

Identità di genere – E’ un concetto direttamente collegato alla percezione precoce, profonda e permanente di sé come uomo o come donna”.

Ruolo di genere – L’insieme di aspettative e ruoli su come gli uomini e le donne si debbano comportare in una data cultura e in un dato periodo storico.

Orientamento sessuale – Indica l’oggetto del proprio desiderio e quindi l’attrazione erotica ed affettiva che può portarci verso persone del sesso opposto (eterosessualità), dello stesso sesso (omosessualità) o di entrambi (bisessualità).

Osservando più da vicino..

L’identità di genere si definisce in un periodo che va dalla nascita fino ai tre anni di età, ed è già presente quando il bambino inizia a parlare. Il processo in base al quale un ragazzo si percepisce come maschio e una ragazza come femmina è influenzato sia dalle predisposizioni biologiche che dall’apprendimento sociale.

L’identità di genere è pertanto una delle componenti fondamentali del processo di costruzione dell’identità.

Il termine è riferito al vissuto di appartenenza ad un genere o all’altro o in modo ambivalente ad entrambi, tale appartenenza si esprime con vissuti e comportamenti corrispondenti o non al sesso biologico. Consiste nell’opinione che ognuno ha di sé stesso in quanto appartenente ad un sesso o all’altro, a prescindere dal ruolo sessuale che presenta agli altri.

L’identità di genere è cruciale per ciascun individuo perché è il risultato dell’interrogarsi su quale sia la figura di genere in cui ci si identifica: in gioco c’è il riconoscimento integrale di sé stessi, quella forma dell’essere in cui il soggetto è felice di identificarsi. Pertanto non ha alcun senso parlare di naturale e innaturale (e assolutamente scorretto sarebbe riferirsi ad una percezione personale e intima in termini moralistici di giusto e sbagliato), perché naturale è la variabilità stessa dell’essere umano.

 

Il ruolo di genere è un costrutto socio-culturale che consiste in un insieme di caratteristiche culturalmente associate agli uomini e alle donne. Sulla base di norme culturali è atteso che gli individui si comportino in modo conforme al loro sesso biologico; in altri termini, ci si attende che i maschi agiscano in modi percepiti come mascolini e le femmine in quelli percepiti come femminili. I comportamenti sono “tipicizzati” per genere e le culture definiscono e mutano i criteri di appropriatezza. La formazione del ruolo di genere avviene solitamente in un periodo che va dai tre ai sette anni, tutti gli atteggiamenti e i comportamenti che non rientrano negli stereotipi di maschio o femmina sono pertanto percepiti e considerati dalla società come “inappropriati”.

In sintesi il ruolo di genere è la percezione che il proprio comportamento e la propria personalità siano conformi alle definizioni sociali di mascolinità e femminilità.

La definizione di orientamento sessuale comprende due aspetti, quello affettivo e quello erotico. Può essere paragonato allo spettro di un arcobaleno i cui colori variano in gradi e in intensità. Si tratta di una prospettiva multidimensionale che accoglie numerosi elementi: l’identificazione di sé, il comportamento, le fantasie, il coinvolgimento affettivo, lo stato relazionale.

L’identità sessuale è quel processo nel quale il sesso biologico, i valori culturali e quelli personali annessi alla sessualità influenzano le percezioni di sé e il comportamento del bambino e poi dell’adulto.

 

Discriminazione nella società

Prendendo pertanto in considerazione i vari filoni teorici che evidenziano quali sono i processi che determinano i fenomeni discriminatori (giudizio sociale, atteggiamento sociale, stereotipi, pregiudizi, relazioni tra gruppi e dinamiche legate all’identità sociale) è possibile vedere che la discriminazione:

  1. è un fenomeno complesso, determinato da più fattori;
  2. può essere considerata come il risultato di un atteggiamento sociale negativo di esclusione, allontanamento, “sfavoritismo” nei confronti di individui o gruppi che sono bersaglio di discriminazione;
  3. è determinata sia da sistemi di credenza e concezioni generali e stereotipiche, sia da rappresentazioni sociali caratterizzate da aspetti di pregiudizio;
  4. è il prodotto di modelli di organizzazione delle relazioni tra gruppi (maggioranza-minoranza; gruppi dominanti-gruppi dominanti…), che si traducono di fatto nella messa in atto di comportamenti e scelte (a livello soggettivo, sociale, culturale, legislativo, ecc.) che producono un’ingiustificata riduzione di opportunità culturali, sociali, economiche, giuridiche e politiche a danno di quegli individui o di quei gruppi che appartengono alla categoria socialmente definita come “minoranza”;
  5. crea uno scarto tra il principio di uguaglianza formale di tutti gli individui, e quello di uguaglianza sostanziale nel reale accesso degli individui alle risorse ed alle opportunità.

I soggetti coinvolti

Sulla base di quanto detto, è possibile rilevare che con l’etichetta “discriminazione per orientamento sessuale e per identità di gene- re” si intende quell’insieme di stereotipi, rappresentazioni, pregiudizi emotivi e comportamenti orientati a determinare processi di esclusio- ne, condanna, stigmatizzazione, allontanamento, negazione, violen- za, nei confronti di ciò che non è inquadrabile nei modelli dominanti di orientamento sessuale e di identità di genere .

Più nello specifico, dal punto di vista dell’orientamento sessuale è oggetto di discriminazione:

  • l’omosessualità, che si configura come una “condizione” che è opposta e contrapposta all’unico modello di orientamento sessuale socialmente riconosciuto ed accettato come possibile, l’eterosessualità;
  • la bisessualità, che, prevedendo la possibilità dell’attrazione erotico-affettiva nel medesimo soggetto verso persone sia del proprio sesso sia del sesso opposto, viene non solo condannata in quanto tradisce il presupposto della “eterosessualità obbligatoria”, ma in più è considerata come una tendenza ad utilizzare la “componente eterosessuale” come dimensione compensatoria di un’omosessualità non accettata a livello soggettivo.

Sul versante dell’identità di genere invece, la discriminazione riguarda:

  • il transessualismo, dal momento che l’identità transessuale nega un postulato fondamentale della concezione socialmente accettata di “sesso” e di differenza sessuale, ossia il fatto che il sesso è biologicamente determinato (sesso di nascita) e che è pertanto inammissibile il cambiamento del sesso stesso mediante un intervento di ricostruzione-riattribuzione chirurgica;
  • il transgenderismo, dal momento che una concezione tradizionale del maschile e del femminile vede una stretta dipendenza tra avere un pene o una vagina, essere conseguentemente maschio o femmina, e comportarsi da maschio o da femmina in stretta congruenza con il sesso biologico. Risulta pertanto inaccettabile la condizione di un uomo che si senta donna e che si comporti come tale, o di una donna che si senta uomo e che si comporti come tale, senza, peraltro, una continuità nel tempo di tale vissuto. Il transgenderismo, inoltre, è ancora più provocatorio e destabilizzante in quanto nella dimensione transgender vi è il rifiuto di ogni binarismo (intendendo con tale termine la presenza di due dimensioni differenti e contrapposte): il transgender supera ogni tipo di dualità (maschio-femmina, uomo-donna), includendo in tale superamento anche la logica binaria applicata all’orientamento sessuale (omosessualità- eterosessualità).

Omofobia e Transfobia

Focalizzando per ragioni di sintesi l’attenzione su omosessualità e transessualismo, ed utilizzando termini più tecnici, è possibile affermare che la discriminazione nei confronti delle persone omosessuali è definibile come “omofobia”, mentre quella nei confronti delle persone trans è definibile come “transfobia”.

Con il termine omofobia si indica la paura degli eterosessuali di trovarsi a stretto contatto con persone omosessuali e/o il disgusto per sé stessi da parte delle persone omosessuali.

L’omofobia si distingue dalle fobie comunemente intese, mettendone in luce la dimensione di pregiudizio in quanto:

  1. le emozioni accompagnate alla fobia sono la paura e l’ansia, mentre quelle iscritte al pregiudizio sono l’odio e la rabbia;
  2. le persone fobiche vivono la loro paura come irragionevole, mentre le persone con pregiudizi credono che la loro ostilità nei confronti di una certa categoria di persone sia giustificata e condivisibile.

L’omofobia non deve essere considerata come una fobia clinicamente intesa, ma come un atteggiamento pregiudizievole, una concezione negativa dell’omosessualità.

Tale atteggiamento si esprime attraverso l’uso di un linguaggio offensivo nei confronti delle persone omosessuali, attraverso la svalutazione implicita dell’esperienza omosessuale, o anche attraverso la messa in atto di comportamenti discriminatori e violenti nei confronti di gay e lesbiche. Seguendo questa linea di pensiero, sarebbe pertanto più utile utilizzare altre etichette, come “omonegativismo”, da intendersi come l’insieme delle credenze e concezioni negative dell’omosessualità che comprendono atteggiamenti di disgusto, ostilità o condanna sia dell’omosessualità sia, più nello specifico, delle lesbiche e dei gay, ossia l’insieme di quegli atteggiamenti ideologici che rifiutano, escludono e stigmatizzano ogni forma di comportamento, identità, relazione o comunità di tipo non eterosessuale, sulla base dell’idea che l’eterosessualità sia l’unico modo legittimo e socialmente accettato di espressione dell’orientamento sessuale.

Va infine specificato che quando parliamo di omofobia è necessario distinguere l’omofobia a livello sociale (omofobia istituzionalizzata) dall’omofobia interiorizzata.

La prima si esprime sui piani appena richiamati, mentre per omofobia interiorizzata si intende la presenza negli stessi gay e lesbiche di atteggiamenti negativi nei confronti dell’omosessualità, l’interiorizzazione/introiezione conscia o inconscia, da parte della persona gay o lesbica, di pregiudizi, etichette negative e atteggiamenti discriminatori di cui essa è vittima. L’omofobia interiorizzata è una delle principali variabili patologiche nello sviluppo di alcune condizioni sintomatologiche nei gay e nelle lesbiche.

Alti livelli di omofobia interiorizzata sono infatti significativamente associati a condizioni generali di disagio psicologico, depressione, sfiducia e isolamento, bassi livelli di accettazione di sé, bassa autostima, scarsa soddisfazione per le relazioni, evitamento e difficoltà nelle relazioni intime e affettive, alti livelli di senso di colpa, disfunzioni sessuali, alcolismo e abuso di sostanze alteranti, disturbi del comportamento alimentare e suicidio.

Con il termine transfobia si intende l’avversione, prodotta da pregiudizi, nei confronti di persone trans. La transfobia può portare a comportamenti discriminanti nella società o nel lavoro, fino a manifestazioni di aggressività violenta. Hill e Willooghby definiscono la transfobia in termini di “disgusto emotivo nei confronti di individui che non si conformano alle aspettative di genere della società”, una definizione che riprende i temi centrali del costrutto di omofobia.

Spesso comportamenti pregiudizievoli e discriminatori nei confronti delle persone transessuali e transgender possono essere il diretto risultato del genderismo. Con questo termine si indica la credenza che ci sono e ci devono essere solo due generi sessuali, e che il genere di ognuno, o la maggior parte dei suoi aspetti, sia inevitabilmente legato al sesso biologico.

Il genderismo non riconosce che l’identità di genere può essere diversa dal sesso biologico, ma afferma in modo pregiudizievole che ogni individuo deve conformarsi alle aspettative sociali legate all’essere maschio o femmina in modo congruente al sesso biologico. Proprio come l’eterosessismo è una visione del mondo che considera come naturale solo ed esclusivamente l’eterosessualità, il genderismo è una visione del mondo che riconosce come naturali solo due generi assolutamente distinti.

La transfobia, può essere intesa come una forma di discriminazione, di stigma sociale, nei confronti di quegli individui che non si conformano alle tradizionali norme del sesso e del genere.

 

La centralità dei fattori socio-culturali

La discriminazione è un fenomeno costituito da fattori sociali e ha come suo oggetto o bersaglio tutto ciò che è fuori dai modelli culturali, dai costrutti impliciti ed espliciti, dalle rappresentazioni socialmente condivise sia di identità di genere, sia di orientamento sessuale. Le rappresentazioni e i sistemi di credenza relativi all’identità di genere e all’orientamento sessuale sono l’esito di processi di costruzione sociale e culturale, dal momento che la sessualità stessa, insieme a tutte le dimensioni ad essa collegate, è un prodotto della cultura.

Il sistema socio-culturale determina processi di discriminazione, negazione, controllo, censura, normalizzazione, regolazione, condanna di ciò che non risponde ai canoni sociali dominanti. La discrimina- zione per orientamento sessuale e per identità di genere è determinata pertanto da una logica sociale di rigetto, esclusione, stigmatizzazione di ciò che devia dalla sessualità accettata a livello sociale.

Basti pensare al fatto che l’omosessualità è stata presente come forma di disturbo mentale nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) fino al 1980, anno che ha visto la sua derubricazione da tale manuale in seguito alla pubblicazione del DSM-III, terza edizione del DSM. Purtroppo ancora oggi alcune aree medico-psichiatriche continuano ad affermare che la derubricazione dell’omosessualità dal DSM sia stata un atto improprio, e vi sono psichiatri e psicologici che propongono terapie correttive e riparativo-riabilitative dell’omosessualità, fondate su un’idea di omosessualità come patologia, in barba ad ogni etica deontologica e professionale. Si tratta di interpretazioni e teorie cariche di pregiudizio che fondano in modo ingiustificato sul principio di naturalità tutta una serie di concezioni riguardanti il benessere dell’individuo, centrate sull’imprescindibilità dell’eterosessualità come unica dimensione funzionale e sana.

Il che equivale a dire che l’omosessualità, in quanto dimensione non autonoma ma vista solo ed esclusivamente come opposta all’eterosessualità, è disfunzionale, deviata e deviante.

Fortunatamente esistono ad oggi diverse iniziative tese ad informare e sensibilizzare la cittadinanza rispetto ai temi delle pari opportunità, aprendo un tavolo di confronto per la promozione di azioni di contrasto all’omofobia attraverso la raccolta di idee, suggerimenti, contributi e proposte e sono rivolti agli operatori delle istituzioni pubbliche e private affrontando i temi delle differenze di genere, orientamento sessuale, sessualità, diritti della popolazione LGBT nel mondo ed in Italia.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

  • BARBAGLI M., DALLA ZUANNA G., GARELLI F. (2010), La sessualità degli italiani, il Mulino, Bologna.
  • BARBAGLI M., COLOMBO A. (2001), Omosessuali moderni, Il Mulino. D’IPPOLITI C., SCHUSTER A. (a cura di) (2011), DisOrientamenti. Discriminazione ed esclusione sociale delle persone LGBT in Italia, UNAR, Armando, Roma.
  • GRAGLIA M. (2012), Omofobia. Strumenti di analisi e di intervento, Carocci, Roma.
  • GRAGLIA M. (2009), Psicoterapia e omosessualità, Carocci, Roma.
  • Hill D.B., Willoughby B.L.B. (2005), The development and validation of the genderism and transphobia scale, «Sex Roles», vol. 53, pp. 531-544.
  • Hill D.B. (2002), “Genderism, transphobia and gender bashing: a framework for interpreting anti-transgender violence”, in Wallace B., Carter R. (eds.), Understanding and dealing with violence: a multicultural approach, Sage, Thousand Oaks, London, pp. 113-136.
  • LELLERI R. (a cura di) (2011), Io Sono Io Lavoro – Report finale della prima indagine italiana sul lavoro e le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender/transessuali, Arcigay, Bologna.
  • LINGIARDI V., Citizen Gay. Affetti e diritti, Milano, Il Saggiatore, 2012, p.80.
  • SARACENO C. (a cura) (2003), Diversi da chi? Gay, lesbiche e transessuali in un’area metropolitana, Guerini.

 

DiLaura Panìco

Gestire le emozioni ai tempi del Coronavirus

L’emergenza coronavirus in Italia è, purtroppo, nell’arco di un mese, evoluta rapidamente fino a diventare problema di tutti. E’ evidente che ci troviamo di fronte ad un trauma collettivo che non può essere negato. Emozioni come paura, rabbia, agitazione e panico permeano le nostre giornate. Quando una situazione non è più un problema individuale ma diventa un fenomeno collettivo prende una forma nuova, diversa.

Risorse e informazioni

Lo stress individuale e collettivo in situazioni di emergenza può avere l’effetto di spingere le persone oltre la loro soglia di tolleranza. Il fatto che le condizioni attuali prendano la forma di un fenomeno collettivo permette di sollecitare risorse collettive: l’attenzione alla comunicazione, ai più fragili, attivare la generosità, il rispetto delle regole, la responsabilità nei propri comportamenti e verso gli altri. Noi, insieme agli altri, anche se siamo nelle nostre case.

Diventa quindi centrale la percezione del pericolo, la sensazione di non avere del tutto le risorse per far fronte alla situazione e il “pacchetto” di emozioni che si attivano. E’ proprio per gestire queste emozioni nel migliore dei modi che il gruppo ha bisogno di informazioni chiare e comprensibili, in modo che anche i singoli siano in grado di fare la loro parte in maniera efficiente e funzionale. Quando una situazione di emergenza diventa di portata nazionale cambia non solo in senso quantitativo, ma anche il modo di sentire quello che ci succede, in modo peggiorativo quando parliamo di perdita di controllo, ma anche di bisogno di vicinanza psicologica, di condivisione, verso un sentire e un modo di metabolizzare gli eventi che toccano tutti, noi e gli altri.

Le conseguenze della paura

Vivere in uno stato prolungato di paura e terrore, come quello di questi giorni, può portare ad un abbassamento del tono dell’umore (accentuato dall’isolamento o dalla lontananza dai propri cari), oppure a sviluppare i sintomi di un Disturbo da Stress Post traumatico (DPTS) come anedonia, rabbia, paura, disturbi dell’alimentazione, disturbi del sonno, disturbi gastrointestinali.

L’ ansia è codificata attraverso complessi meccanismi e diversi circuiti cerebrali.

Quando si percepisce un pericolo esterno, gli organi di senso registrano uno stato di allerta che si traduce in un input nervoso volto ad attivare un’area della corteccia, da cui scaturiscono una serie di reazioni fisiologiche e comportamentali.

Sono state identificate diverse zone implicate nella modulazione dell’ansia, tra cui le più importanti sono: il talamo, l’amigdala, una via afferente, che implica la processazione dello stimolo da parte della corteccia e le vie efferenti del circuito ansia-paura, innescando una risposta autonomica che coinvolge il sistema simpatico e parasimpatico, potando al minifestarsi di sintomi somatici quali l’aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, sudorazione, piloerezione, dilatazione pupillare, minzione frequente e sintomi gastrointestinali.

E’ facile intuire come i fattori di stressor cronici come la pandemia che stiamo vivendo possano interrompere e stravolgere la vita con uno stato di tensione emotiva continuata che può sfociare in sintomi fisici, emotivi, cognitivi e comportamentali.

Gestire le emozioni

La conseguente disregolazione emotiva può essere legata al momento di forte stress e all’attivazione di dinamiche copionali disfunzionali, ma abbiamo molti strumenti a disposizione a livello metacognitivo per farvi fronte. Conteniamo il rimuginio facendo e lavorando, informiamoci sulle naturali conseguenze dello stress, osserviamo la relazione tra quello che pensiamo e come si sente il nostro corpo, riconosciamo le emozioni degli altri e parliamone esplicitamente, non lasciamo che l’emozione del momento dilaghi su tutto quello che pensiamo e facciamo.

E’ importante in momenti delicati come quello che stiamo vivendo porsi l’obiettivo di riconoscere le emozioni negative per trasformarle in risorse senza lasciarsi sopraffare dal senso di smarrimento. Non siamo abituati a questo stato di emergenza e lo spavento e l’angoscia per la nostra incolumità invadono totalmente la mente, questo è NORMALE e quindi il primo passo è accettare ed ammettere di essere preoccupati. Parlare liberamente di questo stato psicologico non rende deboli ma anzi più in contatto con sé stessi.

Meditazione

 

  • Dirigere altrove l’attenzione

I giornali pubblicano solo brutte notizie, in rete trovate uno stile ridondante e ipnotico.. cominciate a fantasticare e successivamente a rimuginare sul fatto che sicuramente succederà qualcosa di brutto…Questi pensieri generano tensione, alimentano la paura, riducono la nostra autostima e minano il contatto con la realtà. Dobbiamo imparare a spostare il nostro sguardo dall’ambiente circostante e la sua complessità e dirigerlo dentro di noi. Quando avremo saputo prenderci cura di noi stessi ed ascoltarci, tutto tornerà in equilibrio. Si tratta senz’altro di una delle migliori tecniche per gestire le emozioni da imparare e applicare giorno dopo giorno.

 

  • Implementare le proprie risorse pensando al futuro

Non è sempre scontato concentrarci sul qui ed ora, sul presente.Il nostro presente può essere abitato dal timore, dallo stress, da sentimenti di frustrazione.. sarebbe quindi interessante cominciare a pensare a cosa desiderate per il vostro futuro: “voglio sentirmi bene, voglio ottenere questo, voglio che accada quello, voglio sentirmi più coraggioso, più sicuro di me”. Posizionando nel futuro immediato obiettivi facili, positivi ed arricchenti, sarete più motivati nel presente. Usate la tecnica della riaffermazione, ricordate i vostri successi e le vostre virtù del passato per riporre nel futuro immediato tutte le vostre speranze.

 

  • I benefici della meditazione

La meditazione è una tecnica talmente potente che, dopo solo 8 settimane di pratica, la struttura del cervello inizia a modificarsi, è inoltre una delle più efficaci tecniche per gestire le emozioni, richiede una pratica costante e frequente. La meditazione è efficace per regolare i pensieri intrusivi, ridurre lo stress, migliorare l’attenzione e canalizzare gli stati d’ansia, oppure nel generare idee e sintonizzarci con la nostra creatività.

 

  • Trovare il proprio canale di espressione

C’è chi trova un rifugio e un canale di espressione emotiva nella scrittura. Altri disegnano o colorano mandala come tecniche per gestire le emozioni. Di questi tempi si può fare sporti in casa o se si ha un giardino, punto di evasione e creatività può essere la lettura, la musica o un animale con cui passeggiare. Altri ricercano preziosi istanti di silenzio. “Il potenziale creativo è spesso bloccato da una mente e una vita troppo indaffarata. Per lasciarlo emergere, sia la nostra mente che la nostra vita devono diventare più tranquille”

Le migliori tecniche per gestire le emozioni diventano qualcosa di strettamente personale, possiamo trovarle noi stessi, senza neanche pensarci, tramite quell’attività che ci permette di entrare in armonia con il mondo e con noi stessi.

 

Bibliografia di riferimento

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author;
  • Sareen, J., Jacobi, F., Cox, B. J., Belik, S. L., Clara, I. & Stein, M. B. (2006). Disability and poor quality of life associated with comorbid anxiety disorders and physical conditions. Archives of Internal Medicine, 166(19), pp. 2109-2116;
  • Braconnier A., (2003) Piccoli o grandi ansiosi? Come trasformare l’ansia in una forza, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  • Dugas, M. J., & Robichaud, M. (2007).Cognitive-behavioral treatment for generalized anxiety disorder: From science to practice. New York/London: Routledge;
  • Nardone G. (2016) La terapia degli attacchi di panico;
  • Watzlawick P, Nardone G. (1997)  Terapia Breve Strategica.

 

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