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DiLaura Panìco

Il corpo che vorrei. Il disturbo da dismorfismo corporeo

La dismorfofobia è un disturbo psicologico complesso, nel corso del quale un individuo immagina di avere un difetto fisico grave: ciò implica una visione deformata di alcune aree del proprio corpo. La persona si “vede” nello specchio deforme o mostruosa.

Questo difetto immaginario è la fonte di forte ansia e stress. Il dismorfofobico immagina che gli altri vedano solo questo difetto, fattore che spesso causa un profondo vissuto di inadeguatezza e sofferenza che può condurre la persona a isolarsi o a intraprendere percorsi autodistruttivi pur di “sanare” l’imperfezione percepita. La letteratura clinica indica che molto spesso la dismorfofobia è associata in comorbilità da disturbi del comportamento alimentare, soprattutto durante l’adolescenza.

I sintomi della dismorfofobia (disturbo da dismorfismo corporeo) includono:

  • Eccessiva preoccupazione per un difetto fisico percepito che le altre persone non notano oppure non giudicano problematico
  • Convinzione di avere un difetto fisico che rende brutto o deforme
  • Credenza che le altre persone notino questo difetto e giudichino negativamente l’aspetto fisico
  • Comportamenti finalizzati a cercare di correggere o nascondere questo difetto percepito
  • Tentativi continui di nascondere il difetto percepito
  • Paragoni continui circa il proprio aspetto fisico con quello altrui
  • Continue richieste di rassicurazione circa le apparenze da parte degli altri
  • Tendenze perfezioniste
  • Tendenza a evitare situazioni sociali
  • Preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto e rispetto alle conseguenze negative in diversi ambiti della propria vita (ad es., lavoro, famiglia, scuola, ecc.)

 

Inoltre la persona può soffrire di ossessioni riguardo a una o più parti del corpo, la parte del corpo incriminata può cambiare col tempo.

Accade spesso che il corpo non sia percepito come un tutto organico che abitiamo, ma piuttosto come un oggetto sbagliato, qualcosa che non è come dovrebbe essere, come vogliamo che sia. 

Il disturbo da dismorfismo corporeo, che raggiunga o meno la visibilità dell’evidenza clinica, riguarda sia uomini che donne, con un aspetto nella norma, spesso piacevoli, che mostrano un’eccessiva e infondata preoccupazione per determinati distretti o tratti del proprio corpo.

La persona si vergogna profondamente del proprio aspetto fisico, di uno specifico difetto attribuito al corpo, tanto da dedicargli ore e ore di pensieri e infinite strategie di correzione, spesso si chiede, infatti, alla chirurgia di annullare l’anomalia, di aggiustare il difetto, bypassando la possibilità di riflettere sul senso della sofferenza che il difetto lega a sé, privandola di qualsiasi dimensione simbolica e soggettiva. Si ha in mente un modello, un’immagine ideale di come sarebbe il proprio aspetto una volta liberato dal difetto, e si continua a rincorrerlo senza sosta finchè non si rimane inevitabilmente delusi, perché quel modello è una proiezione di una tensione che racconta un’altra storia. Si colloca la soluzione della sofferenza in una dimora sbagliata, parcellizzandola, relegandola, ignorando un bisogno sopito e autentico che riguarda la sfera degli affetti.

La sofferenza che può condurre ad attribuire a tratti corporei disprezzati una profonda sensazione di disagio esistenziale ha radici antiche, generalmente connesse con le relazioni primarie, con gli scambi affettivi della prima infanzia. È quindi espressione di un intenso bisogno di accettazione che ha matrice nella storia soggettiva.

Legare l’idea che raggiungere un’immagine ideale sia la chiave per conquistare affetto, attenzione da parte degli altri, successo, felicità, non tiene conto di un drammatico e radicale equivoco, non si diventa altro perché si è annullato un difetto. Incarnarsi e vivere il proprio corpo animato è esperienza che include vivere e accettare l’imperfezione. Fondamentale è poter incontrare se stessi e l’altro a partendo da lì.

La psicoterapia può essere molto utile per superare il disturbo di dismorfismo corporeo, ma va sempre utilizzata in aggiunta al trattamento farmacologico.

La tecnica EMDR può aiutare il paziente a  “desensibilizzare” i ricordi traumatici alla base dell’eziologia del disturbo, con un andamento cronologico rispetto alle radicate credenze disfunzionali interiorizzate.

Ricostruire insieme la storia di vita del paziente, capire l’origine e le cause del disagio trovando gli eventi più significativi è fondamentale perché sono proprio quelle situazioni che nella maggior parte dei casi hanno influenzato la costruzione di un’immagine negativa di sé rispetto all’amabilità personale e al valore, e che hanno inciso profondamente sull’autostima. Capire il mondo da cui veniamo ci serve per comprendere che spesso, per guardare il presente, usiamo delle lenti che in primis riflettono i nostri antichi vissuti e la paura a questi legati.

 

BIBLIOGRAFIA

  • La Barbera, Guarneri, Ferraro “Il disagio psichico nella post modernità”, Magi Formazione, 2009;
  • Recalcati M. “L’uomo senza l’inconscio”, Raffaello Cortina Editore, 2010;
  • Todarello O., Porcelli P. “Trattamenti in medicina psicosomatica“, Franco Angeli, 2006.

 

 

DiLaura Panìco

La violenza domestica

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Definizione e origini culturali

La definizione di che cosa sia la “violenza” non è assoluta, né immodificabile.

I dati raccolti negli ultimi trent’anni rispetto a questo tipo di violenza sono drammaticamente in crescita, e, nella quasi totalità dei casi coinvolgono prevalentemente il genere femminile.

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DiLaura Panìco

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Galimberti (1994) definisce l’aggressività come una tendenza che può essere presente in ogni comportamento o fantasia, volta all’etero o all’autodistruzione, oppure all’autoaffermazione.

L’aggressività non deve essere confusa con assertività, ambizione, ostilità o rabbia, che implicano l’espressione di un’emozione, ma non sono comportamenti necessariamente diretti ad altri esseri viventi. L’aggressione infatti è sempre diretta verso qualcuno.

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DiLaura Panìco

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Saper prendersi cura

Il concetto di competenze genitoriali è ampio e coinvolge componenti biologiche, psicologiche e sociali.

In termini generali tale costrutto può essere inteso mediante una serie di parametri relativi sia a qualità personali, sia a competenze relazionali e sociali.

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DiLaura Panìco

L’elaborazione terapeutica delle fasi del lutto

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L’alleanza e l’esplorazione dei significati

Nell’elaborazione del processo del lutto in terapia forte è la necessità da parte del paziente di raccontare la propria storia esplorando nuovi significati in una cornice di piena empatia.

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