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DiLaura Panìco

I disturbi alimentari in adolescenza: Anoressia e Bulimia nervosa

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono patologie caratterizzate da una alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo, l’età di insorgenza è prevalentemente quella adolescenziale e colpiscono soprattutto il sesso femminile.

I principali disturbi dell’alimentazione sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED). I manuali diagnostici, inoltre, descrivono anche altri disturbi correlati, come i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia, categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

 

Anoressia Bulimia

I NUMERI IN ITALIA..

In Italia sono tre milioni le persone che convivono con i disturbi del comportamento alimentare. Fra questi vi sono 2,3 milioni adolescenti.
L’anoressia è una malattia che colpisce più che altro le donne (95% dei casi), e che si sviluppa più spesso nella fascia di età 15-25 anni.

L’adolescenza, in effetti, è una fase delicata, di cambiamento e di transizione.
I ragazzi e le ragazze affrontano un momento in cui il corpo e la mente passano dall’essere bambini all’essere giovani adulti. La pubertà fa cambiare il corpo, e la ricerca di approvazione nel gruppo dei pari (ma non solo) porta a sviluppare un’attenzione maniacale al proprio aspetto fisico.

I problemi con il cibo che si manifestano in questo periodo possono rappresentare una richiesta d’amore disperata e la necessità di ottenere riconoscimento conferme.
A questo proposito, la famiglia e le sue regole sono fondamentali per accompagnare l’adolescenza in questo percorso di crescita.

 

I CRITERI DIAGNOSTICI

Anoressia Nervosa

Il DSM-5 elenca i tre criteri diagnostici dell’anoressia nervosa:

  1. Restrizione nell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come un peso inferiore al minimo normale oppure, per bambini e adolescenti, meno di quello minimo previsto.
  2. Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.
  3. Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso (American Psychiatric Association, 2013).

Quindi l’anoressia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato dalla paura di ingrassare e da un’eccessiva preoccupazione per il proprio peso e per il proprio corpo, e può essere di due tipi: con condotte Restrittive e con condotte di Eliminazione.

La prima è caratterizzata da una consistente riduzione dell’assunzione di cibo e di sostanze nutritive e da un’attività fisica elevata, mentre la seconda è caratterizzata dall’assunzione di lassativi o dall’autoinduzione del vomito.

Il Ministero della Salute mostra che attualmente ci sono circa 8 nuovi casi di anoressia nervosa ogni 100.000 abitanti e che la prevalenza oscilla attorno allo 0,2 – 0,9%, nella fascia di età compresa tra i 12 e i 25 anni (Ministero della Salute, 2013).

 

Bulimia Nervosa

Per quanto riguarda la bulimia nervosa i criteri diagnostici sono i seguenti:

  1. Ricorrenti di abbuffate. Un’abbuffata è caratterizzata da entrambi i seguenti aspetti:

1) Mangiare, in un periodo di tempo circoscritto (per esempio nell’arco di due ore), una quantità di cibo che è indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo in circostanze simili.

2) Senso di mancanza di controllo sull’atto di mangiare durante l’episodio (per esempio sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando).

  1. Ricorrenti comportamenti di compenso volti a prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso-uso improprio di lassativi, diuretici o altri farmaci; digiuno o esercizio fisico eccessivo.
  2. Le abbuffate compulsive e utilizzo improprio di mezzi di compenso avvengono in media almeno una volte a settimana per tre mesi.
  3. La valutazione di sé è inappropriatamente influenzata dalla forma e dal peso del corpo.
  4. Il disturbo non si riscontra soltanto nel corso di episodi di anoressia nervosa.

Quindi la bulimia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato da frequenti abbuffate seguite da comportamenti compensatori tra cui: vomito, uso di lassativi, digiuno ed esercizio fisico.
I dati del Ministero della Salute mostrano che l’incidenza della bulimia nervosa è in crescita, infatti si parla di circa 12 nuovi casi ogni 100.000 abitanti, e che la prevalenza è di circa il 0,5 – 1,8% nella fascia di età compresa tra i 12 e i 25 anni.

 

Anoressia Bulimia

Le radici psicodinamiche del disturbo

L’anoressia riguarda la paura intensa di ingrassare, questo percorso verso inizia solitamente con una dieta ferrea e passa attraverso un controllo maniacale delle calorie ingerite e il rifiuto del cibo, con il rischio di intaccare le funzioni vitali del corpo. L’incontro con lo specchio, però, non restituirà mai l’immagine di un corpo ideale.

L’anoressia è un tentativo disperato di difendersi dalle relazioni che feriscono. Ad esempio, alcuni genitori si prendono cura dei figli in funzione dei propri bisogni, invece che di quelli del bambino.

Così può capitare che i figli, per sentirsi amati, debbano compiacere i genitori, perdendo però la propria spontaneità e vivendo sé stessi come una estensione delle figure genitoriali. Crescendo, questi bambini avranno difficoltà a identificare i propri stati interiori e facendo fatica a diventare autosufficienti, in un’ottica di mancata differenziazione con le figure di riferimento.

La persona anoressica, al contrario di ciò che sembra, è un soggetto disperatamente affamato.

Ma la fame non riguarda (solo) il cibo. L’anoressica ha fame d’amore, ma sceglie di occuparsi di quella del corpo, dal momento che lega la propria autostima all’essere magra. L’attività di controllo occupa la sua mente in modo pervasivo, condizionando tutta la giornata e le relazioni con gli altri.

Ho fame di tutto e per questo rifiuto tutto”..l’illusione anoressica è quella di essere autonomi e immuni dal bisogno di amore e dal desiderio. Il percepirsi come imperfetti o non adeguati, la difficoltà nel gestire le emozioni e il bisogno di essere amati sono quindi tra le cause principali di questo disturbo alimentare.

 

La bulimia si caratterizza per la presenza di abbuffate seguite da condotte di compensazione (vomito autoindotto, uso di lassativi, esercizio fisico eccessivo). Per contenere il senso di colpa e la paura di ingrassare, infatti, la persona bulimica espelle il cibo ingerito poco tempo prima.

Il ricorso al cibo subentra per colmare un vuoto emotivo e il disagio è legato al senso di colpa che segue le abbuffate.

La bulimia è il paradigma della voracità, dell’impulsività, del desiderio di divorare.

Il cibo è l’elemento scelto per combattere un vuoto incolmabile. Ma se nell’anoressia l’astinenza dal cibo equivale all’astinenza dal desiderio, nella bulimia quest’ultimo ha ormai travolto la persona, andando fuori controllo. Il soggetto, pur percependo il proprio comportamento come non funzionale (egodistonico), non riesce a sottrarsi, perché l’abbuffata permette di far fronte a forti emozioni di perdita intollerabili.

La depressione, l’insicurezza e la paura del giudizio sono le cause scatenanti del rapporto altalenante con il cibo, sembra essere l’unico modo per compensare le mancanze vissute nelle relazioni disfunzionali.

 

L’importanza di chiedere aiuto..

Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione riescono a chiedere aiuto.

La mancata consapevolezza di avere un disagio importante costituisce l’ostacolo fondamentale, nell’anoressia nervosa difatti questo può avvenire specialmente nelle prime fasi del disturbo, poichè non sempre ci si rende conto di avere un problema. Anzi, all’inizio, la perdita di peso può far sentire meglio la persona che, vedendosi più magra, si percepisce più bella e sicura di sé.

A volte le persone ricevono complimenti durante la loro iniziale perdita di peso e questo va a rinforzare la sensazione di stare facendo la cosa giusta, favorendo l’instaurarsi del disturbo. Quando la perdita di peso diviene eccessiva tanto da destare preoccupazione o comunque comporta un cambiamento importante della persona, molte persone non sanno come affrontare l’argomento. In genere sono i familiari che, per primi, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va. Anche per loro però non è facile intervenire, soprattutto quando la figlia o il figlio non hanno ancora nessuna consapevolezza del problema e rispondono con frasi come: “non ho nessun problema …sto benissimo!”.

Anche chi soffre di bulimia nervosa spesso si rivolge ad un terapeuta solo dopo molti anni da quando il disturbo è cominciato; difatti come nell’anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia, un forte senso di vergogna e di colpa sembra impedire alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi.

Questi problemi infatti sono vissuti inizialmente come del tutto egosintonici dalle ragazze che li manifestano: sia nell’anoressia che nella bulimia il controllo del peso e dell’alimentazione sono mezzi per sostenere la propria autostima e un illusorio senso di identità.

Chiedere aiuto significa arrivare ad avere consapevolezza del problema e riconoscere la propria incapacità di controllarlo, un percorso né semplice né lineare.

 

..verso la guarigione

Il primo e più importante passo è quello di arrivare al riconoscimento e all’autoconsapevolezza del disturbo alimentare. Sarà fondamentale successivamente ricorrere a una presa in carico che prevede una rete integrata di intervento. Il percorso più adeguato è quello multidisciplinare, che include la presenza del medico-psichiatra del nutrizionista e dello psicoterapeuta.

In questo modo si lavora sul piano emotivo e psicologico, oltre che su quello nutrizionale.

La guarigione è un percorso lungo che richiede tempo ed energie.

Oltre a monitorare il peso corporeo e le abitudini alimentari dell’adolescente, è importante la presa in carico emotiva. In particolare, sarà fondamentale il lavoro sull’autostima e sulle vulnerabilità del Sé, per superare angosce e timori collegati all’aumento del peso corporeo. La costruzione del rapporto di fiducia (alleanza terapeutica) fra paziente e terapeuta permetterà al/alla giovane di potersi affidare, sviluppando strategie di auto-contenimento degli impulsi disfunzionali. La psicoterapia è indispensabile per esplorare le cause del disagio interiore e per imparare a gestire questi comportamenti.
Fondamentale è la Psicoeducazione e le informazioni ad essa annesse, per aiutare i giovani a rendersi più consapevoli del forte legame che esiste tra emozioni e cibo, creando un ponte fra due dimensioni che vengono messe poco in relazione.

Per essere consapevoli delle proprie emozioni, per gestirle senza paura, per distinguere la rabbia dalla tristezza, dando ad esse un nome senza ricorrere al cibo e alle abbuffate per comunicare al mondo intero la propria sofferenza. Imparando a volersi bene.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

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DiLaura Panìco

Omofobia e discriminazione: opinione o pregiudizio?

Culturalmente siamo tesi a polarizzare la differenza sessuale, femminilizzando o mascolinizzando modi di essere e modi di fare. Queste dinamiche socio-culturali si sono nel tempo naturalizzate, sono profondamente radicate nell’immaginario collettivo e si trasmettono da una generazione all’altra ma non per questo sono “naturali” o alla natura conformi. Si traducono in un complesso ben strutturato di norme che, in quanto tali, provengono dallo stato dell’io del Genitore dei genitori ed entrano gradualmente e inevitabilmente nello stato dell’Io Genitore del bambino (attraverso il processo della contro-ingiunzione).

Pertanto si ha motivo di ritenere che i genitori e il contesto socio-educativo influenzino le decisioni dei bambini, trasmettendovi aspettative e messaggi su come può essere e cosa deve e non deve fare per sopravvivere ed essere amato e quindi soddisfare le aspettative.

Nel corso della mia attività clinica accade sovente che si parli di sessualità, eterosessualità, omosessualità. Ho potuto constatare che tra gli adolescenti, e non solo, c’è molta confusione circa il significato di identità di genere e di orientamento sessuale.

Lessico Familiare

Il primo passo che si deve fare per mettere un po’ di ordine nel mondo è imparare a “dare un nome” alle cose.

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.

 

Sesso biologico –  Consiste nell’appartenenza biologica al sesso maschile o femminile determinata dai cromosomi sessuali.

Identità di genere – E’ un concetto direttamente collegato alla percezione precoce, profonda e permanente di sé come uomo o come donna”.

Ruolo di genere – L’insieme di aspettative e ruoli su come gli uomini e le donne si debbano comportare in una data cultura e in un dato periodo storico.

Orientamento sessuale – Indica l’oggetto del proprio desiderio e quindi l’attrazione erotica ed affettiva che può portarci verso persone del sesso opposto (eterosessualità), dello stesso sesso (omosessualità) o di entrambi (bisessualità).

Osservando più da vicino..

L’identità di genere si definisce in un periodo che va dalla nascita fino ai tre anni di età, ed è già presente quando il bambino inizia a parlare. Il processo in base al quale un ragazzo si percepisce come maschio e una ragazza come femmina è influenzato sia dalle predisposizioni biologiche che dall’apprendimento sociale.

L’identità di genere è pertanto una delle componenti fondamentali del processo di costruzione dell’identità.

Il termine è riferito al vissuto di appartenenza ad un genere o all’altro o in modo ambivalente ad entrambi, tale appartenenza si esprime con vissuti e comportamenti corrispondenti o non al sesso biologico. Consiste nell’opinione che ognuno ha di sé stesso in quanto appartenente ad un sesso o all’altro, a prescindere dal ruolo sessuale che presenta agli altri.

L’identità di genere è cruciale per ciascun individuo perché è il risultato dell’interrogarsi su quale sia la figura di genere in cui ci si identifica: in gioco c’è il riconoscimento integrale di sé stessi, quella forma dell’essere in cui il soggetto è felice di identificarsi. Pertanto non ha alcun senso parlare di naturale e innaturale (e assolutamente scorretto sarebbe riferirsi ad una percezione personale e intima in termini moralistici di giusto e sbagliato), perché naturale è la variabilità stessa dell’essere umano.

 

Il ruolo di genere è un costrutto socio-culturale che consiste in un insieme di caratteristiche culturalmente associate agli uomini e alle donne. Sulla base di norme culturali è atteso che gli individui si comportino in modo conforme al loro sesso biologico; in altri termini, ci si attende che i maschi agiscano in modi percepiti come mascolini e le femmine in quelli percepiti come femminili. I comportamenti sono “tipicizzati” per genere e le culture definiscono e mutano i criteri di appropriatezza. La formazione del ruolo di genere avviene solitamente in un periodo che va dai tre ai sette anni, tutti gli atteggiamenti e i comportamenti che non rientrano negli stereotipi di maschio o femmina sono pertanto percepiti e considerati dalla società come “inappropriati”.

In sintesi il ruolo di genere è la percezione che il proprio comportamento e la propria personalità siano conformi alle definizioni sociali di mascolinità e femminilità.

La definizione di orientamento sessuale comprende due aspetti, quello affettivo e quello erotico. Può essere paragonato allo spettro di un arcobaleno i cui colori variano in gradi e in intensità. Si tratta di una prospettiva multidimensionale che accoglie numerosi elementi: l’identificazione di sé, il comportamento, le fantasie, il coinvolgimento affettivo, lo stato relazionale.

L’identità sessuale è quel processo nel quale il sesso biologico, i valori culturali e quelli personali annessi alla sessualità influenzano le percezioni di sé e il comportamento del bambino e poi dell’adulto.

 

Discriminazione nella società

Prendendo pertanto in considerazione i vari filoni teorici che evidenziano quali sono i processi che determinano i fenomeni discriminatori (giudizio sociale, atteggiamento sociale, stereotipi, pregiudizi, relazioni tra gruppi e dinamiche legate all’identità sociale) è possibile vedere che la discriminazione:

  1. è un fenomeno complesso, determinato da più fattori;
  2. può essere considerata come il risultato di un atteggiamento sociale negativo di esclusione, allontanamento, “sfavoritismo” nei confronti di individui o gruppi che sono bersaglio di discriminazione;
  3. è determinata sia da sistemi di credenza e concezioni generali e stereotipiche, sia da rappresentazioni sociali caratterizzate da aspetti di pregiudizio;
  4. è il prodotto di modelli di organizzazione delle relazioni tra gruppi (maggioranza-minoranza; gruppi dominanti-gruppi dominanti…), che si traducono di fatto nella messa in atto di comportamenti e scelte (a livello soggettivo, sociale, culturale, legislativo, ecc.) che producono un’ingiustificata riduzione di opportunità culturali, sociali, economiche, giuridiche e politiche a danno di quegli individui o di quei gruppi che appartengono alla categoria socialmente definita come “minoranza”;
  5. crea uno scarto tra il principio di uguaglianza formale di tutti gli individui, e quello di uguaglianza sostanziale nel reale accesso degli individui alle risorse ed alle opportunità.

I soggetti coinvolti

Sulla base di quanto detto, è possibile rilevare che con l’etichetta “discriminazione per orientamento sessuale e per identità di gene- re” si intende quell’insieme di stereotipi, rappresentazioni, pregiudizi emotivi e comportamenti orientati a determinare processi di esclusio- ne, condanna, stigmatizzazione, allontanamento, negazione, violen- za, nei confronti di ciò che non è inquadrabile nei modelli dominanti di orientamento sessuale e di identità di genere .

Più nello specifico, dal punto di vista dell’orientamento sessuale è oggetto di discriminazione:

  • l’omosessualità, che si configura come una “condizione” che è opposta e contrapposta all’unico modello di orientamento sessuale socialmente riconosciuto ed accettato come possibile, l’eterosessualità;
  • la bisessualità, che, prevedendo la possibilità dell’attrazione erotico-affettiva nel medesimo soggetto verso persone sia del proprio sesso sia del sesso opposto, viene non solo condannata in quanto tradisce il presupposto della “eterosessualità obbligatoria”, ma in più è considerata come una tendenza ad utilizzare la “componente eterosessuale” come dimensione compensatoria di un’omosessualità non accettata a livello soggettivo.

Sul versante dell’identità di genere invece, la discriminazione riguarda:

  • il transessualismo, dal momento che l’identità transessuale nega un postulato fondamentale della concezione socialmente accettata di “sesso” e di differenza sessuale, ossia il fatto che il sesso è biologicamente determinato (sesso di nascita) e che è pertanto inammissibile il cambiamento del sesso stesso mediante un intervento di ricostruzione-riattribuzione chirurgica;
  • il transgenderismo, dal momento che una concezione tradizionale del maschile e del femminile vede una stretta dipendenza tra avere un pene o una vagina, essere conseguentemente maschio o femmina, e comportarsi da maschio o da femmina in stretta congruenza con il sesso biologico. Risulta pertanto inaccettabile la condizione di un uomo che si senta donna e che si comporti come tale, o di una donna che si senta uomo e che si comporti come tale, senza, peraltro, una continuità nel tempo di tale vissuto. Il transgenderismo, inoltre, è ancora più provocatorio e destabilizzante in quanto nella dimensione transgender vi è il rifiuto di ogni binarismo (intendendo con tale termine la presenza di due dimensioni differenti e contrapposte): il transgender supera ogni tipo di dualità (maschio-femmina, uomo-donna), includendo in tale superamento anche la logica binaria applicata all’orientamento sessuale (omosessualità- eterosessualità).

Omofobia e Transfobia

Focalizzando per ragioni di sintesi l’attenzione su omosessualità e transessualismo, ed utilizzando termini più tecnici, è possibile affermare che la discriminazione nei confronti delle persone omosessuali è definibile come “omofobia”, mentre quella nei confronti delle persone trans è definibile come “transfobia”.

Con il termine omofobia si indica la paura degli eterosessuali di trovarsi a stretto contatto con persone omosessuali e/o il disgusto per sé stessi da parte delle persone omosessuali.

L’omofobia si distingue dalle fobie comunemente intese, mettendone in luce la dimensione di pregiudizio in quanto:

  1. le emozioni accompagnate alla fobia sono la paura e l’ansia, mentre quelle iscritte al pregiudizio sono l’odio e la rabbia;
  2. le persone fobiche vivono la loro paura come irragionevole, mentre le persone con pregiudizi credono che la loro ostilità nei confronti di una certa categoria di persone sia giustificata e condivisibile.

L’omofobia non deve essere considerata come una fobia clinicamente intesa, ma come un atteggiamento pregiudizievole, una concezione negativa dell’omosessualità.

Tale atteggiamento si esprime attraverso l’uso di un linguaggio offensivo nei confronti delle persone omosessuali, attraverso la svalutazione implicita dell’esperienza omosessuale, o anche attraverso la messa in atto di comportamenti discriminatori e violenti nei confronti di gay e lesbiche. Seguendo questa linea di pensiero, sarebbe pertanto più utile utilizzare altre etichette, come “omonegativismo”, da intendersi come l’insieme delle credenze e concezioni negative dell’omosessualità che comprendono atteggiamenti di disgusto, ostilità o condanna sia dell’omosessualità sia, più nello specifico, delle lesbiche e dei gay, ossia l’insieme di quegli atteggiamenti ideologici che rifiutano, escludono e stigmatizzano ogni forma di comportamento, identità, relazione o comunità di tipo non eterosessuale, sulla base dell’idea che l’eterosessualità sia l’unico modo legittimo e socialmente accettato di espressione dell’orientamento sessuale.

Va infine specificato che quando parliamo di omofobia è necessario distinguere l’omofobia a livello sociale (omofobia istituzionalizzata) dall’omofobia interiorizzata.

La prima si esprime sui piani appena richiamati, mentre per omofobia interiorizzata si intende la presenza negli stessi gay e lesbiche di atteggiamenti negativi nei confronti dell’omosessualità, l’interiorizzazione/introiezione conscia o inconscia, da parte della persona gay o lesbica, di pregiudizi, etichette negative e atteggiamenti discriminatori di cui essa è vittima. L’omofobia interiorizzata è una delle principali variabili patologiche nello sviluppo di alcune condizioni sintomatologiche nei gay e nelle lesbiche.

Alti livelli di omofobia interiorizzata sono infatti significativamente associati a condizioni generali di disagio psicologico, depressione, sfiducia e isolamento, bassi livelli di accettazione di sé, bassa autostima, scarsa soddisfazione per le relazioni, evitamento e difficoltà nelle relazioni intime e affettive, alti livelli di senso di colpa, disfunzioni sessuali, alcolismo e abuso di sostanze alteranti, disturbi del comportamento alimentare e suicidio.

Con il termine transfobia si intende l’avversione, prodotta da pregiudizi, nei confronti di persone trans. La transfobia può portare a comportamenti discriminanti nella società o nel lavoro, fino a manifestazioni di aggressività violenta. Hill e Willooghby definiscono la transfobia in termini di “disgusto emotivo nei confronti di individui che non si conformano alle aspettative di genere della società”, una definizione che riprende i temi centrali del costrutto di omofobia.

Spesso comportamenti pregiudizievoli e discriminatori nei confronti delle persone transessuali e transgender possono essere il diretto risultato del genderismo. Con questo termine si indica la credenza che ci sono e ci devono essere solo due generi sessuali, e che il genere di ognuno, o la maggior parte dei suoi aspetti, sia inevitabilmente legato al sesso biologico.

Il genderismo non riconosce che l’identità di genere può essere diversa dal sesso biologico, ma afferma in modo pregiudizievole che ogni individuo deve conformarsi alle aspettative sociali legate all’essere maschio o femmina in modo congruente al sesso biologico. Proprio come l’eterosessismo è una visione del mondo che considera come naturale solo ed esclusivamente l’eterosessualità, il genderismo è una visione del mondo che riconosce come naturali solo due generi assolutamente distinti.

La transfobia, può essere intesa come una forma di discriminazione, di stigma sociale, nei confronti di quegli individui che non si conformano alle tradizionali norme del sesso e del genere.

 

La centralità dei fattori socio-culturali

La discriminazione è un fenomeno costituito da fattori sociali e ha come suo oggetto o bersaglio tutto ciò che è fuori dai modelli culturali, dai costrutti impliciti ed espliciti, dalle rappresentazioni socialmente condivise sia di identità di genere, sia di orientamento sessuale. Le rappresentazioni e i sistemi di credenza relativi all’identità di genere e all’orientamento sessuale sono l’esito di processi di costruzione sociale e culturale, dal momento che la sessualità stessa, insieme a tutte le dimensioni ad essa collegate, è un prodotto della cultura.

Il sistema socio-culturale determina processi di discriminazione, negazione, controllo, censura, normalizzazione, regolazione, condanna di ciò che non risponde ai canoni sociali dominanti. La discrimina- zione per orientamento sessuale e per identità di genere è determinata pertanto da una logica sociale di rigetto, esclusione, stigmatizzazione di ciò che devia dalla sessualità accettata a livello sociale.

Basti pensare al fatto che l’omosessualità è stata presente come forma di disturbo mentale nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) fino al 1980, anno che ha visto la sua derubricazione da tale manuale in seguito alla pubblicazione del DSM-III, terza edizione del DSM. Purtroppo ancora oggi alcune aree medico-psichiatriche continuano ad affermare che la derubricazione dell’omosessualità dal DSM sia stata un atto improprio, e vi sono psichiatri e psicologici che propongono terapie correttive e riparativo-riabilitative dell’omosessualità, fondate su un’idea di omosessualità come patologia, in barba ad ogni etica deontologica e professionale. Si tratta di interpretazioni e teorie cariche di pregiudizio che fondano in modo ingiustificato sul principio di naturalità tutta una serie di concezioni riguardanti il benessere dell’individuo, centrate sull’imprescindibilità dell’eterosessualità come unica dimensione funzionale e sana.

Il che equivale a dire che l’omosessualità, in quanto dimensione non autonoma ma vista solo ed esclusivamente come opposta all’eterosessualità, è disfunzionale, deviata e deviante.

Fortunatamente esistono ad oggi diverse iniziative tese ad informare e sensibilizzare la cittadinanza rispetto ai temi delle pari opportunità, aprendo un tavolo di confronto per la promozione di azioni di contrasto all’omofobia attraverso la raccolta di idee, suggerimenti, contributi e proposte e sono rivolti agli operatori delle istituzioni pubbliche e private affrontando i temi delle differenze di genere, orientamento sessuale, sessualità, diritti della popolazione LGBT nel mondo ed in Italia.

 

 

 

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DiLaura Panìco

La violenza domestica

Violenza domestica

Definizione e origini culturali

La definizione di che cosa sia la “violenza” non è assoluta, né immodificabile.

I dati raccolti negli ultimi trent’anni rispetto a questo tipo di violenza sono drammaticamente in crescita, e, nella quasi totalità dei casi coinvolgono prevalentemente il genere femminile.

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DiLaura Panìco

La personalità passivo-aggressiva

Personalità passivo-aggressiva

Aggressività e rabbia: quali differenze?

Galimberti (1994) definisce l’aggressività come una tendenza che può essere presente in ogni comportamento o fantasia, volta all’etero o all’autodistruzione, oppure all’autoaffermazione.

L’aggressività non deve essere confusa con assertività, ambizione, ostilità o rabbia, che implicano l’espressione di un’emozione, ma non sono comportamenti necessariamente diretti ad altri esseri viventi. L’aggressione infatti è sempre diretta verso qualcuno.

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DiLaura Panìco

Le competenze genitoriali

Competenze Genitoriali

Saper prendersi cura

Il concetto di competenze genitoriali è ampio e coinvolge componenti biologiche, psicologiche e sociali.

In termini generali tale costrutto può essere inteso mediante una serie di parametri relativi sia a qualità personali, sia a competenze relazionali e sociali.

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