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DiLaura Panìco

Il disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC)

Che cos’è il DOC?

Il disturbo ossessivo-compulsivo è caratterizzato da ossessioni, compulsioni o entrambe le cose (DSM V).

Le Ossessioni sono idee, immagini o impulsi di tipo ricorrente, persistente, involontario, intrusivo e ansiogeno.

Le Compulsioni (definite anche rituali) sono particolari azioni o atti mentali che i soggetti si sentono spinti a compiere ripetutamente per cercare di ridurre o prevenire l’ansia causata dalle ossessioni.

  • La maggior parte delle ossessioni e delle compulsioni sono correlate a preoccupazioni riguardo a danni o rischi, come quelli derivanti da sporcizia, malattie, incendi o furti;
  • Ogni giorno, i soggetti con DOC possono trascorrere ore pensando alle proprie ossessioni e attuando le proprie compulsioni, cosa che comporta problemi nella loro vita quotidiana;
  • Alcuni soggetti con DOC si rendono conto che le loro preoccupazioni sono immotivate, ma altri ritengono che sono fondate;
  • Spesso sono presenti altri disturbi mentali come un disturbo d’ansia, un disturbo depressivo o bipolare;
  • Il trattamento può includere, oltre al trattamento psicoterapico anche un’integrazione farmacologica.

I pensieri intrusivi sono normali. Tutti gli esseri umani sperimentano pensieri senza senso e indesiderati, quali il pensiero di saltare da un ponte sull’autostrada che corre sotto, il pensiero di correre fuori dalla macchina o di buttarsi nel traffico, l’immagine di urlare ai propri parenti, il pensiero di aver lasciato la spina attaccata e di causare un incendio, il pensiero di desiderare che una persona muoia, il pensiero di contrarre malattie in vari posti, come un bagno pubblico, il pensiero di aver lasciato la macchina aperta, ecc.

La principale differenza tra le persone con e senza DOC è il modo in cui questo tipo di pensieri è interpretato o valutato. I soggetti con DOC, infatti, considerano erroneamente questi pensieri significativi e pericolosi. Questo porta ad ansia e disagio. Fa sì, inoltre, che i pensieri sembrano prendere una “vita propria”. Nei soggetti con DOC, le ossessioni sono più angoscianti, più resistenti e più ripetitive di quelle dei soggetti senza DOC.

Età d’esordio

L’esordio del disturbo è generalmente precoce. Circa un quinto dei pazienti ne è colpito già in età infantile e nella maggioranza dei casi il disturbo ha inizio nella pubertà. Quasi tre quarti di tutti i pazienti viene colpito entro i 30 anni.

Dopo i 40 anni è molto rara la comparsa del disturbo. Sulla base di questa distribuzione, l’età media di esordio è intorno ai 22 anni. In genere l’esordio è graduale ed è quasi impossibile risalire a un evento scatenante o a un periodo in cui il disturbo è diventato significativo. Senza trattamento il DOC assume un carattere cronico e di lunga durata. Raramente guarisce spontaneamente.

Modello cognitivo-comportamentale del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

Secondo il modello cognitivo-comportamentale, le ossessioni e le compulsioni persistono a causa delle interpretazioni errate attraverso cui l’individuo valuta i propri pensieri indesiderati intrusivi e i suoi tentativi di controllarli.

Un’ossessione si sviluppa e persiste perché viene attribuito un significato errato e distorto, ad esempio danno, pericolo o minaccia per sé o per gli altri. Questo fa sì che la persona si senta responsabile. Di conseguenza, proverà ansia, disagio, colpa, rabbia o disgusto.

Pertanto, cercherà di controllare e ridurre queste emozioni negative mettendo in atto una compulsione, neutra-lizzazione, evitamento o altre strategie di controllo mentale.

Tutti questi modi usati per gestire lo stress associato alla comparsa del pensiero diventano in realtà fattori scatenanti (trigger) per il pensiero stesso, aumentandone così la frequenza.

Ecco, dunque, che si ritorna al punto iniziale, la mente diventa estremamente sensibile e recettiva a individuare tutto quello che riguarda l’ossessione principale e il circolo ricomincia.

Errata valutazione dei pensieri intrusivi

Il pensiero porta all’azione

Se penso di fare qualcosa la farò realmente. Ad esempio, Marco ha il pensiero intrusivo di spogliarsi in pubblico e interpreta il fatto di avere questo pensiero come la prova che può farlo realmente. Ma il pensiero è il pensiero, non porta all’azione.

Fusione pensiero/azione

Se penso a un evento negativo è più probabile che si verifichi. Ad esempio, se penso (o immagino) che una persona ha un incidente, è più probabile che ne abbia uno. Un’altra fusione pensiero/azione è che i pensieri “cattivi” sono moralmente equivalenti ad azioni “cattive”. Ad esempio, Giovanni aveva delle immagini intrusive di fare sesso con una donna che non era sua moglie e dalla quale non era attratto per niente. Credeva che avere questo pensiero fosse spregevole come tradire davvero sua moglie, che le era stato infedele e che era una cattiva persona e si tormentava molto per questo.

Controllo dei pensieri

È possibile e fortemente auspicabile avere il perfetto controllo sui pensieri indesiderati in modo da evitare le conseguenze negative. Ad esempio, “se non controllo questi pensieri, alla fine mi faranno impazzire”.

Eccessivo senso di responsabilità

Si riferisce all’idea errata che se possiamo avere una minima influenza sull’esito di un evento negativo ne siamo totalmente responsabili. Sentiamo dunque di dover fare di tutto per prevenire l’evento negativo, anche se la probabilità che l’evento si verifichi è molto bassa. Ad esempio, Luca stava studiando in libreria e decise di mangiare delle noccioline. Circa un’ora dopo aver lasciato la libreria, Luca cominciò a pensare “se qualche briciola delle mie noccioline è rimasta sul tavolo e si siede in quel posto una persona che è allergica alle noccioline? Se avesse uno shock anafilattico e non avesse le medicine con sé e morisse? Sarebbe tutta colpa mia!”

Il trattamento metacognitivo di Wells per il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

La MCT di Adrian Wells (2012) consente di sviluppare un nuovo modo di relazionarsi e reagire ai propri pensieri. L’assunto di base è che esiste uno stile di pensiero denominato Sindrome Cognitivo-Attentiva (Cognitive Attentional Syndrome – CAS) che porta le persone a mettere in atto pensieri ripetitivi come rimuginio, ruminazione, pensiero analitico e fissazione dell’attenzione su stimoli collegati a una minaccia e su strategie di fronteggiamento disfunzionali che alimentano la sofferenza.

La CAS viene percepita dal soggetto come incontrollabile, e quello che si fa durante il percorso di psicoterapia è interrompere la CAS riportandola a un controllo consapevole. Le credenze metacognitive nel DOC sorgono a partire dalla valutazione dei pensieri intrusivi e determinano e contribuiscono al mantenimento dei sintomi. La persona tiene sotto controllo pensieri e/o sensazioni indesiderati, e cerca di monitorare l’ambiente circostante per cogliere eventuali elementi minacciosi.

In questo trattamento viene data meno enfasi al protocollo di esposizione, foca-lizzandosi in maniera specifica sulle credenze che il paziente ha circa l’importanza e il significato dei pensieri intrusivi e delle compulsioni (ad esempio, sulla necessità di effettuare rituali e sulle conseguenze negative della loro mancata messa in atto).

Non si tratta, infatti, di modificare delle valutazioni del tipo “sono responsabile di prevenire un danno che si può verificare ai miei familiari” ma si lavora sulla percepita importanza e la potenza dei pensieri intrusivi.

Il trattamento, quindi, è orientato allo sviluppo di modalità di risposta più flessibili alle ossessioni, cosa che ne riduce l’importanza percepita e la sofferenza associata.

Vengono utilizzate diverse strategie, tra cui la Detached Mindfulness che aiuta la persona ad acquisire abilità alternative per sviluppare una relazione diversa con i propri pensieri.

BIBLIOGRAFIA

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington: American Psychiatric Publishing;
  • Landsman, K.J., Rupertus, K.M., Pedrick, C. (2005). Loving someone with OCD. Help for you & your family. Oakland: New Harbinger;
  • Beck, J.S. (2013). La terapia cognitivo-comportamentale. Edizione Italiana a cura di A. Montano. Roma: Astrolabio-Ubaldini Editore;
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  • Segal, Z.V., Williams, J.M.G., Teasdale, J.D. (2013). Mindfulness-Based Cognitive Therapy for Depression (second edition). New York: The Guilford Press;
  • Wells, A. (2012). Terapia dei disturbi d’ansia e della depressione. Firenze: Eclipsi.
DiLaura Panìco

I disturbi alimentari in adolescenza: Anoressia e Bulimia nervosa

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono patologie caratterizzate da una alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo, l’età di insorgenza è prevalentemente quella adolescenziale e colpiscono soprattutto il sesso femminile.

I principali disturbi dell’alimentazione sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED). I manuali diagnostici, inoltre, descrivono anche altri disturbi correlati, come i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia, categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

 

Anoressia Bulimia

I NUMERI IN ITALIA..

In Italia sono tre milioni le persone che convivono con i disturbi del comportamento alimentare. Fra questi vi sono 2,3 milioni adolescenti.
L’anoressia è una malattia che colpisce più che altro le donne (95% dei casi), e che si sviluppa più spesso nella fascia di età 15-25 anni.

L’adolescenza, in effetti, è una fase delicata, di cambiamento e di transizione.
I ragazzi e le ragazze affrontano un momento in cui il corpo e la mente passano dall’essere bambini all’essere giovani adulti. La pubertà fa cambiare il corpo, e la ricerca di approvazione nel gruppo dei pari (ma non solo) porta a sviluppare un’attenzione maniacale al proprio aspetto fisico.

I problemi con il cibo che si manifestano in questo periodo possono rappresentare una richiesta d’amore disperata e la necessità di ottenere riconoscimento conferme.
A questo proposito, la famiglia e le sue regole sono fondamentali per accompagnare l’adolescenza in questo percorso di crescita.

 

I CRITERI DIAGNOSTICI

Anoressia Nervosa

Il DSM-5 elenca i tre criteri diagnostici dell’anoressia nervosa:

  1. Restrizione nell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come un peso inferiore al minimo normale oppure, per bambini e adolescenti, meno di quello minimo previsto.
  2. Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.
  3. Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso (American Psychiatric Association, 2013).

Quindi l’anoressia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato dalla paura di ingrassare e da un’eccessiva preoccupazione per il proprio peso e per il proprio corpo, e può essere di due tipi: con condotte Restrittive e con condotte di Eliminazione.

La prima è caratterizzata da una consistente riduzione dell’assunzione di cibo e di sostanze nutritive e da un’attività fisica elevata, mentre la seconda è caratterizzata dall’assunzione di lassativi o dall’autoinduzione del vomito.

Il Ministero della Salute mostra che attualmente ci sono circa 8 nuovi casi di anoressia nervosa ogni 100.000 abitanti e che la prevalenza oscilla attorno allo 0,2 – 0,9%, nella fascia di età compresa tra i 12 e i 25 anni (Ministero della Salute, 2013).

 

Bulimia Nervosa

Per quanto riguarda la bulimia nervosa i criteri diagnostici sono i seguenti:

  1. Ricorrenti di abbuffate. Un’abbuffata è caratterizzata da entrambi i seguenti aspetti:

1) Mangiare, in un periodo di tempo circoscritto (per esempio nell’arco di due ore), una quantità di cibo che è indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo in circostanze simili.

2) Senso di mancanza di controllo sull’atto di mangiare durante l’episodio (per esempio sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando).

  1. Ricorrenti comportamenti di compenso volti a prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso-uso improprio di lassativi, diuretici o altri farmaci; digiuno o esercizio fisico eccessivo.
  2. Le abbuffate compulsive e utilizzo improprio di mezzi di compenso avvengono in media almeno una volte a settimana per tre mesi.
  3. La valutazione di sé è inappropriatamente influenzata dalla forma e dal peso del corpo.
  4. Il disturbo non si riscontra soltanto nel corso di episodi di anoressia nervosa.

Quindi la bulimia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato da frequenti abbuffate seguite da comportamenti compensatori tra cui: vomito, uso di lassativi, digiuno ed esercizio fisico.
I dati del Ministero della Salute mostrano che l’incidenza della bulimia nervosa è in crescita, infatti si parla di circa 12 nuovi casi ogni 100.000 abitanti, e che la prevalenza è di circa il 0,5 – 1,8% nella fascia di età compresa tra i 12 e i 25 anni.

 

Anoressia Bulimia

Le radici psicodinamiche del disturbo

L’anoressia riguarda la paura intensa di ingrassare, questo percorso verso inizia solitamente con una dieta ferrea e passa attraverso un controllo maniacale delle calorie ingerite e il rifiuto del cibo, con il rischio di intaccare le funzioni vitali del corpo. L’incontro con lo specchio, però, non restituirà mai l’immagine di un corpo ideale.

L’anoressia è un tentativo disperato di difendersi dalle relazioni che feriscono. Ad esempio, alcuni genitori si prendono cura dei figli in funzione dei propri bisogni, invece che di quelli del bambino.

Così può capitare che i figli, per sentirsi amati, debbano compiacere i genitori, perdendo però la propria spontaneità e vivendo sé stessi come una estensione delle figure genitoriali. Crescendo, questi bambini avranno difficoltà a identificare i propri stati interiori e facendo fatica a diventare autosufficienti, in un’ottica di mancata differenziazione con le figure di riferimento.

La persona anoressica, al contrario di ciò che sembra, è un soggetto disperatamente affamato.

Ma la fame non riguarda (solo) il cibo. L’anoressica ha fame d’amore, ma sceglie di occuparsi di quella del corpo, dal momento che lega la propria autostima all’essere magra. L’attività di controllo occupa la sua mente in modo pervasivo, condizionando tutta la giornata e le relazioni con gli altri.

Ho fame di tutto e per questo rifiuto tutto”..l’illusione anoressica è quella di essere autonomi e immuni dal bisogno di amore e dal desiderio. Il percepirsi come imperfetti o non adeguati, la difficoltà nel gestire le emozioni e il bisogno di essere amati sono quindi tra le cause principali di questo disturbo alimentare.

 

La bulimia si caratterizza per la presenza di abbuffate seguite da condotte di compensazione (vomito autoindotto, uso di lassativi, esercizio fisico eccessivo). Per contenere il senso di colpa e la paura di ingrassare, infatti, la persona bulimica espelle il cibo ingerito poco tempo prima.

Il ricorso al cibo subentra per colmare un vuoto emotivo e il disagio è legato al senso di colpa che segue le abbuffate.

La bulimia è il paradigma della voracità, dell’impulsività, del desiderio di divorare.

Il cibo è l’elemento scelto per combattere un vuoto incolmabile. Ma se nell’anoressia l’astinenza dal cibo equivale all’astinenza dal desiderio, nella bulimia quest’ultimo ha ormai travolto la persona, andando fuori controllo. Il soggetto, pur percependo il proprio comportamento come non funzionale (egodistonico), non riesce a sottrarsi, perché l’abbuffata permette di far fronte a forti emozioni di perdita intollerabili.

La depressione, l’insicurezza e la paura del giudizio sono le cause scatenanti del rapporto altalenante con il cibo, sembra essere l’unico modo per compensare le mancanze vissute nelle relazioni disfunzionali.

 

L’importanza di chiedere aiuto..

Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione riescono a chiedere aiuto.

La mancata consapevolezza di avere un disagio importante costituisce l’ostacolo fondamentale, nell’anoressia nervosa difatti questo può avvenire specialmente nelle prime fasi del disturbo, poichè non sempre ci si rende conto di avere un problema. Anzi, all’inizio, la perdita di peso può far sentire meglio la persona che, vedendosi più magra, si percepisce più bella e sicura di sé.

A volte le persone ricevono complimenti durante la loro iniziale perdita di peso e questo va a rinforzare la sensazione di stare facendo la cosa giusta, favorendo l’instaurarsi del disturbo. Quando la perdita di peso diviene eccessiva tanto da destare preoccupazione o comunque comporta un cambiamento importante della persona, molte persone non sanno come affrontare l’argomento. In genere sono i familiari che, per primi, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va. Anche per loro però non è facile intervenire, soprattutto quando la figlia o il figlio non hanno ancora nessuna consapevolezza del problema e rispondono con frasi come: “non ho nessun problema …sto benissimo!”.

Anche chi soffre di bulimia nervosa spesso si rivolge ad un terapeuta solo dopo molti anni da quando il disturbo è cominciato; difatti come nell’anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia, un forte senso di vergogna e di colpa sembra impedire alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi.

Questi problemi infatti sono vissuti inizialmente come del tutto egosintonici dalle ragazze che li manifestano: sia nell’anoressia che nella bulimia il controllo del peso e dell’alimentazione sono mezzi per sostenere la propria autostima e un illusorio senso di identità.

Chiedere aiuto significa arrivare ad avere consapevolezza del problema e riconoscere la propria incapacità di controllarlo, un percorso né semplice né lineare.

 

..verso la guarigione

Il primo e più importante passo è quello di arrivare al riconoscimento e all’autoconsapevolezza del disturbo alimentare. Sarà fondamentale successivamente ricorrere a una presa in carico che prevede una rete integrata di intervento. Il percorso più adeguato è quello multidisciplinare, che include la presenza del medico-psichiatra del nutrizionista e dello psicoterapeuta.

In questo modo si lavora sul piano emotivo e psicologico, oltre che su quello nutrizionale.

La guarigione è un percorso lungo che richiede tempo ed energie.

Oltre a monitorare il peso corporeo e le abitudini alimentari dell’adolescente, è importante la presa in carico emotiva. In particolare, sarà fondamentale il lavoro sull’autostima e sulle vulnerabilità del Sé, per superare angosce e timori collegati all’aumento del peso corporeo. La costruzione del rapporto di fiducia (alleanza terapeutica) fra paziente e terapeuta permetterà al/alla giovane di potersi affidare, sviluppando strategie di auto-contenimento degli impulsi disfunzionali. La psicoterapia è indispensabile per esplorare le cause del disagio interiore e per imparare a gestire questi comportamenti.
Fondamentale è la Psicoeducazione e le informazioni ad essa annesse, per aiutare i giovani a rendersi più consapevoli del forte legame che esiste tra emozioni e cibo, creando un ponte fra due dimensioni che vengono messe poco in relazione.

Per essere consapevoli delle proprie emozioni, per gestirle senza paura, per distinguere la rabbia dalla tristezza, dando ad esse un nome senza ricorrere al cibo e alle abbuffate per comunicare al mondo intero la propria sofferenza. Imparando a volersi bene.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

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  • Angelini G, Bogetto F, Ravizza L. Il disturbo ossessivo compulsivo e i disturbi alimentari psicogeni. Cortina, Torino, 1995.
  • Acquaro Stefania, Caprioglio Ilaria Mi nutro di vita, LiberodiScrivere.
  • Bruch H. Patologia del comportamento alimentare. Feltrinelli, Milano, 1978.
  • Cosenza D. ABA. L’approccio psicoanalitico nella cura dell’anoressia-bulimia. Franco Angeli, Milano, 2005.
  • Cuzzolaro M. Anoressie e Bulimie. Il Mulino, Bologna, 2004.
  • Dalla Ragione Laura, Vicini Maria (a cura di), Una linea per amico – Mondo virtuale e nuove tecnologie per la prevenzione dei Disturbi del Comportamento Alimentare
  • Dalle Grave R. Terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione durante il ricovero. Positive Press, 2003.
  • Fairburn C.G. Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorder. Guilford, 2008.
  • Ganzerli P, Sasso R. La rappresentazione anoressica. Contributo delle tecniche psicodiagnostiche allo studio dell’anoressia mentale. Bulzoni, Roma, 1979.
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  • Marucci S, Dalla Ragione L. L’anima ha bisogno di un luogo. Disturbi alimentari e ricerca dell’identità. Edizioni Tecniche Nuove, Milano, 2007.
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  • Regione Umbria, LINEE GUIDA REGIONALI per la diagnosi ed il trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Edizioni Regione Umbria-2013.
  • Richard AG. Anoressia e bulimia, anatomia di un’epidemia sociale. Raffaello Cortina, Milano, 2004: 133-9.
  • Ripa di Meana G. Figure della leggerezza. Anoressia e bulimia. Astrolabio Ubaldini, 1995.
  • Santangelo G. Dietro lo specchio. L’influenza dei mass media nella diffusione dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Aipsa Edizioni, Cagliari 2017.
  • Schilder P. Immagine di sé e schema corporeo. Franco Angeli, Milano, 1984.
  • Selvini Palazzoli M. (1963). L’anoressia mentale. Dalla terapia individuale alla terapia familiare. Feltrinelli, Milano, 1981.
DiLaura Panìco

Gestire le emozioni ai tempi del Coronavirus

L’emergenza coronavirus in Italia è, purtroppo, nell’arco di un mese, evoluta rapidamente fino a diventare problema di tutti. E’ evidente che ci troviamo di fronte ad un trauma collettivo che non può essere negato. Emozioni come paura, rabbia, agitazione e panico permeano le nostre giornate. Quando una situazione non è più un problema individuale ma diventa un fenomeno collettivo prende una forma nuova, diversa.

Risorse e informazioni

Lo stress individuale e collettivo in situazioni di emergenza può avere l’effetto di spingere le persone oltre la loro soglia di tolleranza. Il fatto che le condizioni attuali prendano la forma di un fenomeno collettivo permette di sollecitare risorse collettive: l’attenzione alla comunicazione, ai più fragili, attivare la generosità, il rispetto delle regole, la responsabilità nei propri comportamenti e verso gli altri. Noi, insieme agli altri, anche se siamo nelle nostre case.

Diventa quindi centrale la percezione del pericolo, la sensazione di non avere del tutto le risorse per far fronte alla situazione e il “pacchetto” di emozioni che si attivano. E’ proprio per gestire queste emozioni nel migliore dei modi che il gruppo ha bisogno di informazioni chiare e comprensibili, in modo che anche i singoli siano in grado di fare la loro parte in maniera efficiente e funzionale. Quando una situazione di emergenza diventa di portata nazionale cambia non solo in senso quantitativo, ma anche il modo di sentire quello che ci succede, in modo peggiorativo quando parliamo di perdita di controllo, ma anche di bisogno di vicinanza psicologica, di condivisione, verso un sentire e un modo di metabolizzare gli eventi che toccano tutti, noi e gli altri.

Le conseguenze della paura

Vivere in uno stato prolungato di paura e terrore, come quello di questi giorni, può portare ad un abbassamento del tono dell’umore (accentuato dall’isolamento o dalla lontananza dai propri cari), oppure a sviluppare i sintomi di un Disturbo da Stress Post traumatico (DPTS) come anedonia, rabbia, paura, disturbi dell’alimentazione, disturbi del sonno, disturbi gastrointestinali.

L’ ansia è codificata attraverso complessi meccanismi e diversi circuiti cerebrali.

Quando si percepisce un pericolo esterno, gli organi di senso registrano uno stato di allerta che si traduce in un input nervoso volto ad attivare un’area della corteccia, da cui scaturiscono una serie di reazioni fisiologiche e comportamentali.

Sono state identificate diverse zone implicate nella modulazione dell’ansia, tra cui le più importanti sono: il talamo, l’amigdala, una via afferente, che implica la processazione dello stimolo da parte della corteccia e le vie efferenti del circuito ansia-paura, innescando una risposta autonomica che coinvolge il sistema simpatico e parasimpatico, potando al minifestarsi di sintomi somatici quali l’aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, sudorazione, piloerezione, dilatazione pupillare, minzione frequente e sintomi gastrointestinali.

E’ facile intuire come i fattori di stressor cronici come la pandemia che stiamo vivendo possano interrompere e stravolgere la vita con uno stato di tensione emotiva continuata che può sfociare in sintomi fisici, emotivi, cognitivi e comportamentali.

Gestire le emozioni

La conseguente disregolazione emotiva può essere legata al momento di forte stress e all’attivazione di dinamiche copionali disfunzionali, ma abbiamo molti strumenti a disposizione a livello metacognitivo per farvi fronte. Conteniamo il rimuginio facendo e lavorando, informiamoci sulle naturali conseguenze dello stress, osserviamo la relazione tra quello che pensiamo e come si sente il nostro corpo, riconosciamo le emozioni degli altri e parliamone esplicitamente, non lasciamo che l’emozione del momento dilaghi su tutto quello che pensiamo e facciamo.

E’ importante in momenti delicati come quello che stiamo vivendo porsi l’obiettivo di riconoscere le emozioni negative per trasformarle in risorse senza lasciarsi sopraffare dal senso di smarrimento. Non siamo abituati a questo stato di emergenza e lo spavento e l’angoscia per la nostra incolumità invadono totalmente la mente, questo è NORMALE e quindi il primo passo è accettare ed ammettere di essere preoccupati. Parlare liberamente di questo stato psicologico non rende deboli ma anzi più in contatto con sé stessi.

Meditazione

 

  • Dirigere altrove l’attenzione

I giornali pubblicano solo brutte notizie, in rete trovate uno stile ridondante e ipnotico.. cominciate a fantasticare e successivamente a rimuginare sul fatto che sicuramente succederà qualcosa di brutto…Questi pensieri generano tensione, alimentano la paura, riducono la nostra autostima e minano il contatto con la realtà. Dobbiamo imparare a spostare il nostro sguardo dall’ambiente circostante e la sua complessità e dirigerlo dentro di noi. Quando avremo saputo prenderci cura di noi stessi ed ascoltarci, tutto tornerà in equilibrio. Si tratta senz’altro di una delle migliori tecniche per gestire le emozioni da imparare e applicare giorno dopo giorno.

 

  • Implementare le proprie risorse pensando al futuro

Non è sempre scontato concentrarci sul qui ed ora, sul presente.Il nostro presente può essere abitato dal timore, dallo stress, da sentimenti di frustrazione.. sarebbe quindi interessante cominciare a pensare a cosa desiderate per il vostro futuro: “voglio sentirmi bene, voglio ottenere questo, voglio che accada quello, voglio sentirmi più coraggioso, più sicuro di me”. Posizionando nel futuro immediato obiettivi facili, positivi ed arricchenti, sarete più motivati nel presente. Usate la tecnica della riaffermazione, ricordate i vostri successi e le vostre virtù del passato per riporre nel futuro immediato tutte le vostre speranze.

 

  • I benefici della meditazione

La meditazione è una tecnica talmente potente che, dopo solo 8 settimane di pratica, la struttura del cervello inizia a modificarsi, è inoltre una delle più efficaci tecniche per gestire le emozioni, richiede una pratica costante e frequente. La meditazione è efficace per regolare i pensieri intrusivi, ridurre lo stress, migliorare l’attenzione e canalizzare gli stati d’ansia, oppure nel generare idee e sintonizzarci con la nostra creatività.

 

  • Trovare il proprio canale di espressione

C’è chi trova un rifugio e un canale di espressione emotiva nella scrittura. Altri disegnano o colorano mandala come tecniche per gestire le emozioni. Di questi tempi si può fare sporti in casa o se si ha un giardino, punto di evasione e creatività può essere la lettura, la musica o un animale con cui passeggiare. Altri ricercano preziosi istanti di silenzio. “Il potenziale creativo è spesso bloccato da una mente e una vita troppo indaffarata. Per lasciarlo emergere, sia la nostra mente che la nostra vita devono diventare più tranquille”

Le migliori tecniche per gestire le emozioni diventano qualcosa di strettamente personale, possiamo trovarle noi stessi, senza neanche pensarci, tramite quell’attività che ci permette di entrare in armonia con il mondo e con noi stessi.

 

Bibliografia di riferimento

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author;
  • Sareen, J., Jacobi, F., Cox, B. J., Belik, S. L., Clara, I. & Stein, M. B. (2006). Disability and poor quality of life associated with comorbid anxiety disorders and physical conditions. Archives of Internal Medicine, 166(19), pp. 2109-2116;
  • Braconnier A., (2003) Piccoli o grandi ansiosi? Come trasformare l’ansia in una forza, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  • Dugas, M. J., & Robichaud, M. (2007).Cognitive-behavioral treatment for generalized anxiety disorder: From science to practice. New York/London: Routledge;
  • Nardone G. (2016) La terapia degli attacchi di panico;
  • Watzlawick P, Nardone G. (1997)  Terapia Breve Strategica.

 

DiLaura Panìco

L’esperienza emozionale correttiva

Passato e Presente Psicologia

Ritrovare il passato nel presente

Nel processo psicoterapico il lavoro fatto utilizzando i processi cognitivi (pensiero) spesso spalanca le porte del mondo emotivo sottostante, più o meno congruo con l’esperienza vissuta e che la terapia tende ad integrare attraverso un flusso elaborativo.  Il principio terapeutico di base è il seguente: riesporre il paziente, sotto circostanze più favorevoli, a situazioni emotive che lui non potè affrontare nel passato. Il paziente, per essere aiutato, deve passare attraverso una esperienza emozionale correttiva adatta per riparare l’influenza traumatica di esperienze precedenti, questa esperienza correttiva può avvenire durante il trattamento nella relazione transferale o parallelamente alla terapia nella vita quotidiana del paziente.

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