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DiLaura Panìco

Gioco d’azzardo patologico

Nel nostro paese il gioco d’azzardo è un fenomeno in netta espansione. Recentemente, il numero di persone che sviluppano condotte di gioco problematiche o patologiche è nettamente aumentato ed innesca gravi ripercussioni anche nel nucleo familiare del giocatore, non solo dal punto di vista economico ma anche relazionale.

Chi soffre di gioco d’azzardo patologico, è caratterizzato dall’incapacità di resistere al desiderio di scommettere e cimentarsi in giochi nei quali vi sia la possibilità teorica di guadagnare molto, affrontando un rischio relativamente modesto o comunque accettabile in relazione alla singola perdita.

Questa seppur remota probabilità di vincita più o meno consistente sollecita le aeree cerebrali coinvolte nel sistema della ricompensa in modo del tutto analogo a quanto farebbero l’abuso alcolico o di sostanze psicotrope, procurando esaltazione e piacere nell’immediato.
Il giocatore è indotto a ricercare nuovamente e sempre più spesso la medesima sensazione, con un meccanismo che ben presto determina dipendenza.

ll GIOCATORE SOCIALE, utilizza il gioco per divertirsi e spesso lo fa in compagnia. 

Pur sperando nella vincita, è motivato da un semplice desiderio di divertimento. Generalmente non spende più denaro di quanto non si possa permettere ed è in grado di smettere di giocare quando lo desidera, riconosce nel gioco una potenziale fonte di danno economico.

Il giocatore sociale intuisce e non oltrepassa il labile confine tra innocua distensione e morboso accanimento.

Il GIOCATORE PROBLEMATICO non ha il pieno controllo 
sul gioco e le conseguenze che derivano da quest’ultimo, come ad esempio i debiti, iniziano a invadere la sua vita, ripercuotendosi sul benessere personale, familiare, lavorativo e sociale.

Il gioco diventa compulsivo quando il giocatore non riesce a controllare il desiderio di giocare, a prescindere dalle conseguenze di questo comportamento.

Il GIOCATORE PATOLOGICO è colui per il quale il gioco d’azzardo rappresenta una dipendenza. Il bisogno di giocare è sempre più forte. 

Solitamente il giocatore non riesce a separarsi dal gioco se non per brevi periodi di tempo. Prova irrequietezza e irritabilità quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo (astinenza). La frequenza di gioco è elevata anche per l’illusione che il giocatore nutre di rifarsi delle precedenti perdite (rincorsa alla perdita). L’elevato livello di eccitazione raggiunto lo spinge a trascorrere sempre più tempo al gioco, trascurando ciò che lo riguarda, lo circonda. 

I soggetti con gioco d’azzardo patologico ricercano
gratificazioni immediate.

Criteri secondo il DSM V

Secondo il DSM V un comportamento di gioco problematico, ricorrente e persistente è indicato dalla presenza. Di 4 o più dei seguenti sintomi per almeno 12 mesi:

  1. Necessità di giocare quantità crescenti di denari;
  2. Irritabilità o irrequietezza quando si tenta di ridurre o interrompere il gioco;
  3. Ripetuti sforzi di controllare il gioco;
  4. Pensieri ricorrenti inerenti al gioco;
  5. Si gioca quando ci si sente a disagio;
  6. Dopo aver perso denaro, si torna a giocare;
  7. Bugie per nascondere il coinvolgimento nel gioco
  8. Si mette a rischio una relazione significativa o il lavoro;
  9. Si conta sugli altri per procurarsi il denaro necessario a giocare.

COMORBILITÀ DEL GIOCO D’AZZARDO CON I DISTURBI PSICHIATRICI

La presenza di disturbi di personalità (DP) rappresenta un aspetto di vulnerabilità per lo sviluppo del gioco patologico. I DP riflettono una modalità disfunzionale di funzionamento. Utilizzando un approccio categoriale, molti studi hanno trovato una forte associazione tra DGA e i cluster di personalità B, come evidenziato dall’alta prevalenza di DP antisociale, borderline, istrionico e narcisistico. I tratti di impulsività, di disregolazione emotiva, di sensation e novelty seekingtipici di questo cluster di personalità sono stati spesso osservati e riscontrati nei giocatori patologici e sembrano essere alla base dei comportamenti disfunzionali messi in atto da questi individui. Il disturbo antisociale di personalità, in particolare, sembra essere il disturbo maggiormente riscontrato tra i giocatori patologici e anche quello più studiato.

LA CURA FARMACOLOGICA

Antidepressivi SSRI (inibitori meccanismo di ricaptazione della serotonina)

I  farmaci  antidepressivi  sono finora  i più  studiati per  la terapia  del gioco  patologico,  in particolare i composti serotoninergici.  Il  razionale  dell’uso deriva direttamente  dall’ipotesi che  il gambling  incontrollato  sia  un disturbo  inquadrabile  nello  spettro  compulsivo-impulsivo:  diversi studi  hanno  confermato  sia  la  presenza  di  un  coinvolgimento  del sistema  della  serotonina  nei disturbi impulsivi e nell’aggressività, sia l’importanza dei farmaci serotoninergici (clomipramina e i moderni SSRI) come trattamento farmacologico di prima scelta del disturbo ossessivo-compulsivo.  Più  specificamente,  segni  di disregolazione  serotoninergica  sono  stati evidenziati anche in giocatori patologici.

L’APPROCCIO PSICOTERAPICO

La psicoterapia orientata a trattare i problemi legati al gioco d’azzardo patologico è tesa a modificare le abitudini comportamentali ed i pensieri disfunzionali ad esso collegati.
Il percorso mira a sviluppare le capacità di  gestire l’impulso al gioco, affrontare e controllare le emozioni negative anziché evitarle attraverso l’azzardo, comprendere e affrontare i problemi psico-socio-relazionali inevitabilmente causati dalla dipendenza.

• Consolidare la consapevolezza di malattia e la motivazione alla astensione totale da qualsiasi tipo di gioco;
• Comprendere quali elementi, spesso inconsapevoli, possano essere collegati, e dunque fungere da supporto, alla condotta patologica d’azzardo;
• Riconoscere e criticare le distorsioni cognitive e le false credenze che attraverso il pensiero magico spingono a confidare in una facile e prossima vittoria;
• Esplorare gli stati d’animo che il soggetto vive prima e durante l’esperienza di gioco, affinché possa riconoscerli ed evitare in questo modo eventuali future ricadute.

In accordo con il Paziente è possibile programmare sedute in cui possano essere presenti anche i familiari, essendo questa una dipendenza che coinvolge l’intero nucleo.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

  • Bellio G, Croce M (Ed.). Manuale sul gioco d’azzardo. Diagnosi, valutazione e trattamenti. Milano: Franco Angeli; 2014;
  • Bellio G. I mille volti del giocatore d’azzardo impulsivo. Seminario. Asolo: Ulss 8; 2017. Disponibile all’indirizzo: http://www.centroastoria.it/wp-content/uploads/2017/06/18-Seminario-1000-volti-delgiocatore-dazzardo-impulsivo.pdf;
  • Blaszcynski A, Nower L. A pathways model of problem and pathological gambling. Addiction 2002:97(5):1485-9;
  • Capitanucci D. L’anello debole della catena. Essere figli in una famiglia con un problema di gioco. In: Il contesto del gioco d’azzardo patologico. Gallarate (Va): Associazione And-Azzardo e Nuove Dipendenze, Centro Internazionale Studi Famiglia; 2012;
  • D’Andrea G, Lipari A, Picone F, Scardina S, Spinnato G. La ‘sostanza’ della dipendenza: l’approccio sistemico e il gioco d’azzardo. In: Personalità e dipendenze. Modena: Mucchi Editore; 2006 p. 135- 144;
  • Farina G, Lipari A, Picone F, Scardina S. Il gioco d’azzardo patologico come “esperienza cocainosimile”: riflessioni sull’approccio integrato all’interno di un ambulatorio specialistico all’interno di un ser.t. In: Atti del Convegno ECM Cocaina e Poliabuso: la realtà italiana e gli scenari internazionali, Palermo, 1-2 dicembre 2005. Milano: Franco Angeli, Milano; 2005. p.12-15;
  • Picone F, Lipari A, Scardina S, Dimarco T. Dal progetto GAP al centro dipendenze senza sostanze: riflessioni teoriche e modello terapeutico. FeDerSerD informa 2012;18:25-6;
  • Taylor GJ, Bagby RM, Parker JDA. Disorders of affect regulation: alexithymia in medical and psychiatric illness. Cambridge University Press; 1997;
  • Zerbetto R, Croce M, Picone F. La ricerca empirica nel gioco d’azzardo patologico. In Caretti V, La Barbera D (Ed.). Le dipendenze patologiche. Clinica psicopatologica. Milano: Raffaello Cortina Editore; 2010.

DiLaura Panìco

Il corpo che vorrei. Il disturbo da dismorfismo corporeo

La dismorfofobia è un disturbo psicologico complesso, nel corso del quale un individuo immagina di avere un difetto fisico grave: ciò implica una visione deformata di alcune aree del proprio corpo. La persona si “vede” nello specchio deforme o mostruosa.

Questo difetto immaginario è la fonte di forte ansia e stress. Il dismorfofobico immagina che gli altri vedano solo questo difetto, fattore che spesso causa un profondo vissuto di inadeguatezza e sofferenza che può condurre la persona a isolarsi o a intraprendere percorsi autodistruttivi pur di “sanare” l’imperfezione percepita. La letteratura clinica indica che molto spesso la dismorfofobia è associata in comorbilità da disturbi del comportamento alimentare, soprattutto durante l’adolescenza.

I sintomi della dismorfofobia (disturbo da dismorfismo corporeo) includono:

  • Eccessiva preoccupazione per un difetto fisico percepito che le altre persone non notano oppure non giudicano problematico
  • Convinzione di avere un difetto fisico che rende brutto o deforme
  • Credenza che le altre persone notino questo difetto e giudichino negativamente l’aspetto fisico
  • Comportamenti finalizzati a cercare di correggere o nascondere questo difetto percepito
  • Tentativi continui di nascondere il difetto percepito
  • Paragoni continui circa il proprio aspetto fisico con quello altrui
  • Continue richieste di rassicurazione circa le apparenze da parte degli altri
  • Tendenze perfezioniste
  • Tendenza a evitare situazioni sociali
  • Preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto e rispetto alle conseguenze negative in diversi ambiti della propria vita (ad es., lavoro, famiglia, scuola, ecc.)

 

Inoltre la persona può soffrire di ossessioni riguardo a una o più parti del corpo, la parte del corpo incriminata può cambiare col tempo.

Accade spesso che il corpo non sia percepito come un tutto organico che abitiamo, ma piuttosto come un oggetto sbagliato, qualcosa che non è come dovrebbe essere, come vogliamo che sia. 

Il disturbo da dismorfismo corporeo, che raggiunga o meno la visibilità dell’evidenza clinica, riguarda sia uomini che donne, con un aspetto nella norma, spesso piacevoli, che mostrano un’eccessiva e infondata preoccupazione per determinati distretti o tratti del proprio corpo.

La persona si vergogna profondamente del proprio aspetto fisico, di uno specifico difetto attribuito al corpo, tanto da dedicargli ore e ore di pensieri e infinite strategie di correzione, spesso si chiede, infatti, alla chirurgia di annullare l’anomalia, di aggiustare il difetto, bypassando la possibilità di riflettere sul senso della sofferenza che il difetto lega a sé, privandola di qualsiasi dimensione simbolica e soggettiva. Si ha in mente un modello, un’immagine ideale di come sarebbe il proprio aspetto una volta liberato dal difetto, e si continua a rincorrerlo senza sosta finchè non si rimane inevitabilmente delusi, perché quel modello è una proiezione di una tensione che racconta un’altra storia. Si colloca la soluzione della sofferenza in una dimora sbagliata, parcellizzandola, relegandola, ignorando un bisogno sopito e autentico che riguarda la sfera degli affetti.

La sofferenza che può condurre ad attribuire a tratti corporei disprezzati una profonda sensazione di disagio esistenziale ha radici antiche, generalmente connesse con le relazioni primarie, con gli scambi affettivi della prima infanzia. È quindi espressione di un intenso bisogno di accettazione che ha matrice nella storia soggettiva.

Legare l’idea che raggiungere un’immagine ideale sia la chiave per conquistare affetto, attenzione da parte degli altri, successo, felicità, non tiene conto di un drammatico e radicale equivoco, non si diventa altro perché si è annullato un difetto. Incarnarsi e vivere il proprio corpo animato è esperienza che include vivere e accettare l’imperfezione. Fondamentale è poter incontrare se stessi e l’altro a partendo da lì.

La psicoterapia può essere molto utile per superare il disturbo di dismorfismo corporeo, ma va sempre utilizzata in aggiunta al trattamento farmacologico.

La tecnica EMDR può aiutare il paziente a  “desensibilizzare” i ricordi traumatici alla base dell’eziologia del disturbo, con un andamento cronologico rispetto alle radicate credenze disfunzionali interiorizzate.

Ricostruire insieme la storia di vita del paziente, capire l’origine e le cause del disagio trovando gli eventi più significativi è fondamentale perché sono proprio quelle situazioni che nella maggior parte dei casi hanno influenzato la costruzione di un’immagine negativa di sé rispetto all’amabilità personale e al valore, e che hanno inciso profondamente sull’autostima. Capire il mondo da cui veniamo ci serve per comprendere che spesso, per guardare il presente, usiamo delle lenti che in primis riflettono i nostri antichi vissuti e la paura a questi legati.

 

BIBLIOGRAFIA

  • La Barbera, Guarneri, Ferraro “Il disagio psichico nella post modernità”, Magi Formazione, 2009;
  • Recalcati M. “L’uomo senza l’inconscio”, Raffaello Cortina Editore, 2010;
  • Todarello O., Porcelli P. “Trattamenti in medicina psicosomatica“, Franco Angeli, 2006.

 

 

DiLaura Panìco

Il disturbo Borderline di personalità

Disturbo BorderlineDescrizione del disturbo

Riassumendolo in punti nodali fondamentali: instabilità delle relazioni personali, nell’immagine di sé e nello sviluppo degli affetti, spesso da marcata impulsività.

La sintomatologia del disturbo borderline è in effetti molto varia e include una vasta gamma di manifestazioni psicopatologiche, le aree funzionali segnate sono, in particolar modo:

  • rapporti interpersonali (tumultuosi e segnata da picchi di idealizzazione e svalutazione e dalla paura dell’abbandono);
  • affetti (dominati da rabbia e da un senso di vuoto);
  • identità instabile e deficitaria;
  • impulsività.

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