Archivio dei tag Relazione

DiLaura Panìco

L’ascolto attivo in psicoterapia

“E’ sbalorditivo come certe cose che sembrano insolubili diventano solubili se qualcuno ci ascolta, come una confusione che sembra irrimediabile si trasforma in un flusso che scorre con relativa limpidezza. Ho apprezzato profondamente le volte in cui ho sperimentato questo ascolto sensibile, empatico, concentrato.” (Carl Rogers)

 

“Un buon ascoltatore aiuta ad ascoltare noi stessi.” (Yahia Lababidi)

 

Il dialogo presuppone l’ascolto.
Non c’è dialogo senza ascolto partecipe dell’altro, senza il nostro impegno a comprendere quanto l’altro ci vuole comunicare.

L’ascolto è in primis uno strumento di conoscenza, comunicazione, apprendimento.

L’ascolto attivo è una tecnica di comunicazione di tipo assertivo, basato sull’accettazione e l’empatia, atto a promuovere la capacità di esprimere in modo corretto ed efficace le proprie emozioni e i contenuti del pensiero, a saper ascoltare e percepire le ragioni e i sentimenti degli altri, stabilendo quel contatto autentico che può diventare base per relazioni arricchenti ed efficaci. Ascoltare in modo attivo vuol dire collegarsi all’altro attraverso la meta-comunicazione, cogliendo ogni aspetto del messaggio, la postura, il tono di voce, le esitazioni e le emozioni che trapelano da quanto viene detto, focalizzandosi quindi sugli aspetti verbali e non verbali.

 

  • Il silenzio attivo

Attuando questa tecnica, una volta che il paziente termina di parlare, il terapeuta sceglie volontariamente di non intervenire. In questo modo consente all’altro un’opportunità di elaborazione circa quanto ha appena esposto. Il paziente percepisce il silenzio del terapeuta sentendosi accolto e tenderà a riflettere e a fornire maggiori informazioni per chiarire il suo pensiero o il suo sentire. Inoltre, in questo spazio sospeso il paziente sta sperimentando una frustrazione che forse non è così terribile, sta sperimentando che forse non è sempre necessario sapere come andrà a finire e trovare una risposta.

 

  • Il rispecchiamento empatico

Durante la messa in atto del rispecchiamento, le parole del paziente non vengono mai interpretate. Questa tecnica è utile specialmente nelle fasi iniziali della psicoterapia, concretamente il terapeuta rimanda al paziente dei segnali che, come veri e propri specchi, riflettono ciò che egli ha appena detto, senza alterare la costruzione del discorso o la situazione psicologica in cui esso avviene. Vengono Ri-proposte, in particolar modo, emozioni e sentimenti che sono sembrati sottesi alle parole. Le tecniche di rispecchiamento sono strumenti di rinforzo del sé dell’altro.

Hanno infatti il potere di creare un clima empatico-affettivo caloroso e rassicurante, ponendo le basi per la costruzione di una buona alleanza terapeutica. Tale clima consente alla persona che sta parlando di ricevere continui feedback che lo inducono a riflettere su di sé, sulle affermazioni ed i pensieri espressi. Il paziente si sente realmente ascoltato ed accettato.

 

  • Il riepilogo

Tra le tecniche di ascolto attivo, troviamo la tecnica del riepilogo.

Si tratta di una tecnica utile se il paziente si dilunga nei dettagli perdendo il focus della risposta o evadendo quelli che potrebbero essere contenuti significativi. In questo modo, senza esprimere giudizi o intolleranza, il terapeuta attivo ed attento, fa un riepilogo del discorso, evidenziando gli elementi salienti. Riassume le parole del paziente, riproponendo, riorganizzando gli elementi del discorso sotto forma di ipotesi, rimandando a specchio la sua disponibilità ad accogliere, ma anche ad agevolare la persona che parla nel dare priorità agli elementi focali del discorso.

 

  • La parafrasi

In questa tecnica il clinico riprende ciò che considera essere saliente, senza interpretare o aggiungere contenuti propri. Il terapeuta ripete, con altri termini, quanto ha raccontato l’interlocutore, collegandosi a qualcosa di effettivamente detto.

Solitamente la riformulazione avviene con frasi tipo:

Dunque, lei vuole dire che…

Se ho capito bene, lei sta affermando che…

Lo scopo è portare l’altro a fare una riflessione sul proprio pensiero in modo da verificarne la concretezza e collegarne il contenuto ai dati di realtà.

 

  • La riformulazione

Una tecnica molto semplice, ma interessante per entrambe le parti.

Utilizzando sempre la formula del tipo “mi stai dicendo che…”, il terapeuta utilizza le stesse parole del paziente che si sente come messo di fronte ad uno specchio e può riflettere sull’immagine che sta offrendo di sé all’altro, sul piano anche della sincerità e della chiarezza.

Ciò facilita il riconoscimento di nessi di significato e con-causalità fra pensiero, emozione e comportamento, gettando le basi per lo sviluppo di un Io Osservante nella mente del paziente.

Ascolto attivo

L’ascolto attivo è una forma di comunicazione completa e profonda, che ci rende disponibili nei confronti dell’altro e che coinvolge aspetti comunicativi verbali e non verbali associati all’attenzione e alla comprensione, quasi ad avvolgere in modo accogliente l’altro, senza invadere, per facilitare la costruzione di una buona relazione.

 

“Nessun giudizio, nessun commento, nessun atteggiamento: semplicemente si osserva, si studia, si guarda, senza il desiderio di cambiare ciò che è. Perché se si desidera cambiare ciò che è in ciò che dovrebbe essere, si cessa di comprendere.”

A. De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo.

 

 

 

Bibliografia di riferimento

  • Cheli, Relazioni in armonia, Milano, Franco Angeli, 2004.
  • Liss, L’ascolto profondo La Meridiana ed., 2004.
  • Nanetti, Counseling L’arte di comunicare, Ed. Pendragon.
  • Carl R. Rogers, La terapia centrata sul cliente, La Meridiana ed., 2007.
  • Watzlawick et al., La Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971.

 

 

 

DiLaura Panìco

Il corpo che vorrei. Il disturbo da dismorfismo corporeo

La dismorfofobia è un disturbo psicologico complesso, nel corso del quale un individuo immagina di avere un difetto fisico grave: ciò implica una visione deformata di alcune aree del proprio corpo. La persona si “vede” nello specchio deforme o mostruosa.

Questo difetto immaginario è la fonte di forte ansia e stress. Il dismorfofobico immagina che gli altri vedano solo questo difetto, fattore che spesso causa un profondo vissuto di inadeguatezza e sofferenza che può condurre la persona a isolarsi o a intraprendere percorsi autodistruttivi pur di “sanare” l’imperfezione percepita. La letteratura clinica indica che molto spesso la dismorfofobia è associata in comorbilità da disturbi del comportamento alimentare, soprattutto durante l’adolescenza.

I sintomi della dismorfofobia (disturbo da dismorfismo corporeo) includono:

  • Eccessiva preoccupazione per un difetto fisico percepito che le altre persone non notano oppure non giudicano problematico
  • Convinzione di avere un difetto fisico che rende brutto o deforme
  • Credenza che le altre persone notino questo difetto e giudichino negativamente l’aspetto fisico
  • Comportamenti finalizzati a cercare di correggere o nascondere questo difetto percepito
  • Tentativi continui di nascondere il difetto percepito
  • Paragoni continui circa il proprio aspetto fisico con quello altrui
  • Continue richieste di rassicurazione circa le apparenze da parte degli altri
  • Tendenze perfezioniste
  • Tendenza a evitare situazioni sociali
  • Preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto e rispetto alle conseguenze negative in diversi ambiti della propria vita (ad es., lavoro, famiglia, scuola, ecc.)

 

Inoltre la persona può soffrire di ossessioni riguardo a una o più parti del corpo, la parte del corpo incriminata può cambiare col tempo.

Accade spesso che il corpo non sia percepito come un tutto organico che abitiamo, ma piuttosto come un oggetto sbagliato, qualcosa che non è come dovrebbe essere, come vogliamo che sia. 

Il disturbo da dismorfismo corporeo, che raggiunga o meno la visibilità dell’evidenza clinica, riguarda sia uomini che donne, con un aspetto nella norma, spesso piacevoli, che mostrano un’eccessiva e infondata preoccupazione per determinati distretti o tratti del proprio corpo.

La persona si vergogna profondamente del proprio aspetto fisico, di uno specifico difetto attribuito al corpo, tanto da dedicargli ore e ore di pensieri e infinite strategie di correzione, spesso si chiede, infatti, alla chirurgia di annullare l’anomalia, di aggiustare il difetto, bypassando la possibilità di riflettere sul senso della sofferenza che il difetto lega a sé, privandola di qualsiasi dimensione simbolica e soggettiva. Si ha in mente un modello, un’immagine ideale di come sarebbe il proprio aspetto una volta liberato dal difetto, e si continua a rincorrerlo senza sosta finchè non si rimane inevitabilmente delusi, perché quel modello è una proiezione di una tensione che racconta un’altra storia. Si colloca la soluzione della sofferenza in una dimora sbagliata, parcellizzandola, relegandola, ignorando un bisogno sopito e autentico che riguarda la sfera degli affetti.

La sofferenza che può condurre ad attribuire a tratti corporei disprezzati una profonda sensazione di disagio esistenziale ha radici antiche, generalmente connesse con le relazioni primarie, con gli scambi affettivi della prima infanzia. È quindi espressione di un intenso bisogno di accettazione che ha matrice nella storia soggettiva.

Legare l’idea che raggiungere un’immagine ideale sia la chiave per conquistare affetto, attenzione da parte degli altri, successo, felicità, non tiene conto di un drammatico e radicale equivoco, non si diventa altro perché si è annullato un difetto. Incarnarsi e vivere il proprio corpo animato è esperienza che include vivere e accettare l’imperfezione. Fondamentale è poter incontrare se stessi e l’altro a partendo da lì.

La psicoterapia può essere molto utile per superare il disturbo di dismorfismo corporeo, ma va sempre utilizzata in aggiunta al trattamento farmacologico.

La tecnica EMDR può aiutare il paziente a  “desensibilizzare” i ricordi traumatici alla base dell’eziologia del disturbo, con un andamento cronologico rispetto alle radicate credenze disfunzionali interiorizzate.

Ricostruire insieme la storia di vita del paziente, capire l’origine e le cause del disagio trovando gli eventi più significativi è fondamentale perché sono proprio quelle situazioni che nella maggior parte dei casi hanno influenzato la costruzione di un’immagine negativa di sé rispetto all’amabilità personale e al valore, e che hanno inciso profondamente sull’autostima. Capire il mondo da cui veniamo ci serve per comprendere che spesso, per guardare il presente, usiamo delle lenti che in primis riflettono i nostri antichi vissuti e la paura a questi legati.

 

BIBLIOGRAFIA

  • La Barbera, Guarneri, Ferraro “Il disagio psichico nella post modernità”, Magi Formazione, 2009;
  • Recalcati M. “L’uomo senza l’inconscio”, Raffaello Cortina Editore, 2010;
  • Todarello O., Porcelli P. “Trattamenti in medicina psicosomatica“, Franco Angeli, 2006.

 

 

DiLaura Panìco

La manipolazione psicologica

Manipolazione psicologicaUn abuso nella relazione

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo: un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile. 
Il manipolatore possiede delle caratteristiche psicologiche particolari. Potrebbe esservi di aiuto riconoscere tratti di personalità afferenti alla triade oscura, ovvero un costrutto impiegato per descrivere una costellazione di tre tratti di personalità:
– narcisismo: tratto di personalità che descrive individui che tendono ad apparire ambiziosi, determinati e dominanti nelle relazioni interpersonali, fino ad esibire un senso di superiorità;
– machiavellismo: tratto di personalità che descrive individui con una forte tendenza al cinismo, alla scarsa considerazione per i principi etici e morali, con la tendenza a manipolare gli altri per raggiungere i propri scopi;
– psicopatia: è considerato il tratto più maligno della triade, descrive persone caratterizzate da scarsi livelli di empatia, in combinazione ad alti livelli di impulsività e ricerca di eccitazione. Molti di questi individui manifestano condotte francamente antisociali.

Leggi tutto

DiLaura Panìco

Curare la relazione di coppia

Coppia Blog Psicoterapia

Modelli culturali e influenza sulle relazioni

E’ un desiderio comune quello che riguarda le nostre relazioni d’amore, che vorremmo durature ed eterne. Ma spesso le relazioni non funzionano. Finiscono, non sembrano quello che erano, si scontrano contro quelli che sono i nostri ideali e le aspettative, aprendo vecchie ferite, connotandosi di una ciclicità che a volte si nota e lascia perplessi.  

Leggi tutto

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi